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Restauro

Nel primo semestre del 2003 si sono svolti i lavori di ristrutturazione e restauro della sede grazie all'inserimento dell'intervento nel d.p.c.m. 29 novembre 2001 di ripartizione della quota dell'otto per mille IRPEF devoluta alla diretta gestione statale. Il restauro è stato coordinato dall'architetto Anna Di Falco.

Gli ambienti dell’Oratorio dei Filippini oggi occupati dall’Istituto storico italiano per il Medioevo si presentano in una disorganica e casuale articolazione planimetrica nonché in una eterogeneità stilistica e architettonica degli spazi. Ciò è dovuto al frazionamento del complesso borrominiano causato da continui riusi e modificazioni, sempre agiti in porzioni architettoniche in assenza di un disegno organico e unitario consapevole dell’organizzazione complessiva del monumento.L’eterogeneità architettonica e stilistica degli ambienti e il restauro di una "frazione" di un organismo architettonico complesso hanno costituito le problematiche disciplinari più importanti alle quali il progettista è stato chiamato a dare soluzione.

L’estrema varietà stilistica degli ambienti e la parzialità del progetto di restauro, relativo solo ad una porzione del complesso conventuale, se da un lato hanno scoraggiato ogni tentativo di recupero di un'integrità stilistica ormai perduta, dall’altro hanno imposto la ricerca di un equilibrio tra restauro filologico, volto a recuperare e mantenere le tracce che i vari interventi hanno prodotto sull’edificio, e una ricomposizione architettonica dell’immagine attuale. Lo studio delle fonti storiche del monumento, affiancato da indagini puntuali sia diagnostiche che conoscitive durante i lavori di restauro, ha consentito di impostare l’intervento su una base rigorosa e ha fornito la chiave critica necessaria per la valutazione del significato di tutte le componenti. La valutazione ha riguardato non tanto le operazioni puramente conservative, che hanno seguito metodologie attente alla riproposizione della qualità dei materiali e delle forme, ma soprattutto l’introduzione di elementi nuovi significativi, come le pavimentazioni, la coloritura delle superfici murarie e il mantenimento o l’occultamento di elementi decorativi ed arredi. Il valore dell’architettura borrominiana all’Oratorio è soprattutto eleganza degli esterni, genialità negli ambienti di rappresentanza, mestizia per gli spazi comuni, superficie vibrata, semplicità degli elementi, alternanza delle luci. Il restauro si basa su ipotesi critiche: tutte le tracce che appartengono ad un edificio hanno valore storico, solo poche anche valore estetico.

Dalla fabbrica borrominiana ad oggi numerosi e diversi sono stati gli usi che gli attuali ambienti dell’Istituto storico italiano per il medioevo hanno avuto nel corso dei secoli con una conseguente reinterpretazione che, nel tempo, ha alterato lo stato originario degli stessi. Obiettivo dell’intervento di restauro sono stati la riscoperta e il recupero, dove possibile, delle cromie e dell’assetto seicentesco, nel rispetto di importanti testimonianze che nel corso dei secoli hanno segnato la storia e l’uso dell’Istituto. Agli anni trenta del XX secolo ad esempio risalgono i clipei in bronzo e la pregevole pavimentazione in cotto con tarsie policrome del grande corridoio di accesso. L’intervento di restauro ha riguardato tutte le tipologie di materiali portando, soprattutto con gli interventi di pulitura e descialbo a scoperte di grande interesse. Si è intervenuti dagli intonaci alle porte in legno, dalle pavimentazioni in cotto ai finti marmi, dalle decorazioni ad olio su muro alla pavimentazione alla veneziana. L’intervento è stato associato al completo rifacimento e messa a norma dell’impianto elettrico ed informatico.

Superfici murarie

Particolarmente complesso era lo stato di conservazione delle superfici murarie dell’Istituto che, prima del restauro, presentavano dai tre ai quindici strati di ridipinture. Il primo intervento è stato dunque una capillare campagna di analisi stratigrafiche e microstratigrafiche su sezione lucida, corredate da test microchimici eseguiti direttamente su sezione, al fine di caratterizzare gli intonaci, studiare la successione dei livelli di coloritura e definire con la maggiore esattezza possibile quello originario.Stratigrafie ed analisi hanno portato all’individuazione, in tutta l’area seicentesca, di un intonaco pozzolanico di granulometria finissima per le pareti, mentre, nelle parti aggettanti come gli archi in volta, cornici e paraste, si presenta caratterizzato da inclusi di pozzolana di granulometria più grossa. In entrambi i casi la sua stesura colpisce per maestria e raffinatezza. Sopra l’intonaco troviamo due strati di preparazione bianca e, sopra la preparazione le analisi hanno messo in luce più di un livello di pigmento bianco, in alcuni casi puro in altri associato con inclusioni di pigmenti che vanno dall’ocra di alcune zone al nero di altre. Dopo un accurato intervento di descialbo, al fine di liberare le superfici murarie dalle ridipinture, si è proceduto con il recupero o il ripristino delle colorazioni originarie.Su tutte le superfici, oltre al descialbo, sono stati effettuati interventi di consolidamento, pulitura meccanica, o ad impacco, e stuccatura degli intonaci con la stessa composizione dell’intonaco originale.Particolare significato ha assunto il restauro della porta con la grata superiore realizzata ad olio su muro nel grande corridoio, affiancata a porte ed a grate reali. Lo stato di conservazione era molto compromesso. Sopra i colori erano presenti più strati di vernici ossidate, gomma lacca e sandracca, che ne velavano la cromia originale. Diffusi su tutta la superficie erano sollevamenti e cadute di colore e di preparazione. Si è proceduto quindi con l’intervento di restauro, pulitura, consolidamento, fissaggio e reintegrazione pittorica ottenendo una riscoperta e rivalutazione delle cromie originali. Il dipinto restaurato è diventato quindi punto di riferimento per intervenire su porte e grate reali esistenti nel corridoio ed ha contribuito ad armonizzarne la lettura d’insieme, dando unità e continuità tra gli elementi architettonici e quelli dipinti.

Le scoperte del restauro

L’intervento di restauro, ed in particolare la realizzazione di accurati saggi stratigrafici ed analisi chimiche sulle superfici murarie, hanno portato alla luce, sia nell’ala seicentesca dell’Arcucci, sia in alcune stanze dell’ala novecentesca, zone con decorazioni a finto marmo realizzate con cromie differenti ed in epoca diversa. Un accurato intervento di descialbo ha portato al recupero di zone con finti marmi ocra, realizzati nel XVIII secolo, al recupero di finti marmi del XIX secolo e di finti marmi sui toni rossi nell’ala novecentesca.Un’altra interessante scoperta è stata fatta sulle superfici murarie del piccolo corridoio che nella fabbrica di Borromini nasce come esterno e solo successivamente fu coperto con funzione di corridoio. In più punti, durante i rilievi, sono stati portati alla luce l’intonaco originale di granulometria finissima caratterizzata da una coloritura con pigmento giallo e, nelle paraste, un’incisione che simula un paramento in mattoni. A fianco delle paraste è stato rinvenuto, sotto vari strati di ridipinture, un disegno, eseguito probabilmente nel corso dei lavori, raffigurante una composizione architettonica, in parte inciso sull’intonaco fresco ed in parte disegnato con grafite.Anche le antiche celle del convento dei padri Filippini, risalenti alla fabbrica seicentesca dell’Arcucci, hanno rivelato qualche segreto. Durante la rimozione della recente pavimentazione a “marmette”, sono stati infatti ritrovati alcuni mattoni originali in cotto, inoltre, su tutto il massetto di fondo, è stato possibile ricostruire l’impronta del formato e della disposizione dell’antica pavimentazione: questo ha permesso di riproporre la pavimentazione, nell’attuale intervento, con cotto appositamente realizzato a mano ed uguale per misura e formato a quello originale.

Interventi tra il 1920 ed il 1930 nel grande corridoio

Di particolare interesse per la messa a punto di alcuni interventi eseguiti in Istituto negli anni tra il 1920 ed il 1930, sono stati alcuni rinvenimenti effettuati nel corso del restauro dei clipei in bronzo con i ritratti di Ernesto Monaci, Ugo Balzani e Oreste Tomassini. I tre ritratti erano coperti da un consistente strato di sporco, grassi, e particellato atmosferico sia nella parte in bronzo che nella cornice lignea. Il restauro ha previsto anche la rimozione delle ossidazioni ed il rifacimento di alcune lettere mancanti nei nomi dei personaggi raffigurati, realizzate a mano su modello di quelle originali. Un delicato intervento di pulitura ha inoltre portato alla scoperta della data delle opere stesse, 1923, incisa nella parte inferiore dei clipei. Negli stessi anni fu messa in opera anche la bella pavimentazione in cotto realizzata su variazioni cromatiche ottenute grazie all’uso di mattoni di argille diverse e di tarsie policrome. Oltre al consolidamento delle formelle dissestate ed alla stuccatura delle connessure tramite l’uso di malte molto vicine alle originali, l’intervento di restauro ha puntato particolarmente al recupero delle cromie della pavimentazione che, nel corso del tempo, erano state completamente velate da un pesante strato di polveri miscelate a cere, e alla riacquisizione dei colori originali del cotto e dei verdi, dei rossi e delle ocre delle tarsie.Particolarmente delicato è stato l’intervento di distacco di parte della pavimentazione, realizzato per permettere il passaggio di parte dell’impianto elettrico senza manomettere l’architettura seicentesca. Dopo aver effettuato il rilievo della zona da rimuovere si è numerata ogni singola formella, si è proceduto quindi al bendaggio ed allo stacco della porzione di pavimentazione, riposizionata infine nella sua sede originaria.