Pubblicazione: 17-08-2011, Corriere della sera (scarica in formato pdf)
Sezione:
Da Galan a Caldoro, l' assalto al decreto
Bersani: misure figlie di nessuno. Schifani ritorna a Roma
ROMA - Si avvicina l'esame parlamentare del pacchetto anticrisi che comincerà la prossima settimana al Senato. E già cresce la pressione per modificarne l'impianto. Una pressione che si manifesta con una pluralità di voci, mentre a Palazzo Madama il presidente Renato Schifani (già rientrato dalle ferie) svolge un ruolo di mediazione tra le diverse componenti. In queste ore di vigilia c'è chi (il ministro Giancarlo Galan) invoca non vengano soppressi enti culturali come l'Accademia della Crusca, c'è chi (il governatore campano Stefano Caldoro, centrodestra) spera venga ridato ossigeno a Regioni e Comuni strangolati dai tagli ai trasferimenti, c'è poi chi (Osvaldo Napoli, Pdl) suggerisce ritocchi affinché abbia un profilo strutturale meno legato alle una tantum, c'è infine chi (Pippo Fallica, Forza del Sud) auspica il ripristino del Sistri, il sistema informatico per il monitoraggio e la tracciabilità dei rifiuti speciali. Di fronte a questa polifonia nella maggioranza, Pier Luigi Bersani se ne esce con una nota ironica dal risvolto duramente critico. «Visto che il decreto - osserva il segretario del Pd - è stato approvato all'unanimità dal Consiglio dei ministri viene da chiedersi nel Consiglio c' erano delle controfigure? Possibile che dopo poche ore la manovra non sia più figlia di nessuno?». La conclusione di Bersani è che «un governo di sopravvissuti può solo scrivere le sue decisioni sulla sabbia» e quindi «se maggioranza e governo vogliono davvero discutere con noi in Parlamento dovranno tenere conto di due condizioni: il contributo di solidarietà devono darlo gli evasori e nella manovra dovrà esserci qualcosa di strutturale per l'equità fiscale e per la crescita e il lavoro». Una di queste condizioni (tassare chi ha fatto rientrare i capitali usando lo scudo fiscale) pare verrà accolta parzialmente dall'esecutivo che in queste ore ci sta lavorando. Galan è pronto a dare battaglia contro la norma «del tutto inutile, illogica e grossolana che prevede la soppressione degli enti pubblici non economici che abbiano meno di 70 dipendenti». A correre il rischio di scomparire ci sono oltre all'Accademia della Crusca, l'Accademia dei lincei, la Scuola archeologica di Atene e gli Istituti storici italiani. Ecco perché il ministro presenterà un "emendamento soppressivo se non avrò la certezza che venga cancellata perché non ha nulla a che vedere con la crisi economica£. Anche il governatore Caldoro chiede delle modifiche £alla luce delle ultime dichiarazioni del presidente del Consiglio Berlusconi: più che tagliare i trasferimenti a Regioni e Comuni, servirebbe maggiore coraggio sulla previdenza, con l' innalzamento della età per il ritiro come in Germania - 67 anni per uomini e donne - e un piccolo aumento dell' Iva senza che ciò possa incidere sui consumi". Nonostante il premier abbia detto che il contributo di solidarietà resterà tra le misure anticrisi, Osvaldo Napoli solleva alcune "perplessità" preferendo "un intervento più incisivo sull' età pensionabile per allineare l' Italia al resto d' Europa, dove ormai si va in pensione più a 67 anni che a 65". Insomma, Napoli spera che "ogni modifica allo studio rafforzi il profilo strutturale e affievolisca quello congiunturale". Infine il ripristino del Sistri, la cui cancellazione aveva fatto infuriare il ministro dell' Ambiente, Stefania Prestigiacomo. "Un governo - dice Fallica, di Forza del Sud - che ha fatto della lotta alla criminalità un punto qualificante della sua azione non può privarsi di uno strumento di controllo e prevenzione".
Lorenzo Fuccaro
L'iter
Il decreto Venerdì 12 agosto il Consiglio dei ministri approva la manovra che, essendo un decreto, è già in vigore, ma deve essere convertito in legge entro 60 giorni.
La firma
Sabato 13 agosto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano firma il decreto recante misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo. In Senato Lunedì 22 agosto comincerà al Senato l' esame del testo secondo il calendario concordato tra il presidente Schifani e i capigruppo che dovrebbe portare il decreto in Aula lunedì 5 settembre, per votarlo il giorno successivo Alla Camera. A quel punto il testo della manovra aggiuntiva dovrà passare al vaglio della Camera.
Pubblicazione: 17-08-2011, La Repubblica
Sezione:
Norma mini-enti, l’allarme di Galan
A rischio anche Lincei e Istituti storici
ROMA – La norma della manovra che prevede la soppressione degli enti pubblici non economici che abbiano meno di 70 dipendenti “è del tutto inutile, illogica e grossolana”. Lo dice il ministro dei Beni culturali, Galan, convinto che la disposizione vada “immediatamente cancellata: firmerò io stesso un emendamento soppressivo”. Tra gli enti a rischio, ricorda il ministro, non solo l’Accademia della Crusca, ma anche l’Accademia dei Lincei, La Scuola Archeologica d’Atene e gli Istituti Storici Italiani.
Pubblicazione: 09-05-2011, Il Messaggero, Cronaca di Viterbo (scarica in formato pdf)
Sezione:
Una pubblica istituzione, che cura pubblicazioni scientifiche di alto livello apprezzate in tutto il mondo, penalizzata dai tagli ministeriali
L’istituto per il Medioevo rischia di chiudere
L’urlo disperato dal professor Massimo Miglio: “Solo il 5 per mille può salvarci”
“Solo il 5 per mille può salvarci”. Massimo Miglio, dal 1984 al 2010 docente di Storia medievale dell’Università della Tuscia (prima in forza a Lingue, di cui è stato preside dal 1984 al 1990, poi a Beni culturali, che ha contribuito a far nascere quale membro del comitato ordinatore) lancia l’Sos per una delle più antiche (fu fondata nel 1883) e prestigiose istituzioni culturali della Penisola: l’Istituto storico italiano per il Medioevo (Isime).
In un libro bianco, dal significativo titolo “Medioevo negato”, Miglio ha collazionato gli appelli e le lettere inviate alle maggiori istituzioni affinché non si lasci morire una struttura pubblica vigilata dal ministero per i Beni e le attività culturali che è stata letteralmente stritolata dalle sforbiciate che hanno colpito nell’ultimo biennio postazioni culturali che possono vivere solo attraverso contributi.
Qualche cifra sul bilancio dell’Isime: le spese fisse annuali ammontano a 230 mila euro, di cui 163 mila sono destinate al personale di ruolo (5 operatori); il finanziamento statale, da 190 mila euro del 2010 è sceso a 158 mila euro, col risultato che, da un lato non si può più garantire lo stipendio agli operatori, dall’altro si deve dire stop all’ampio spettro di iniziative scientifiche ed editoriali curate dall’Istituto.
“Il nostro – sottolinea Miglio - è un urlo disperato. In Italia esiste e lavora, dall’indomani dell’Unità, una pubblica istituzione dotata di biblioteca, archivio, sale di consultazione, scuole di ricerca, che cura pubblicazioni scientifiche di alto livello apprezzate in tutto il mondo. A causa dei tagli ministeriali rischiamo di chiudere i battenti. E’ davvero curioso che nell’anno in cui si celebra il 150° dell’Unità, sia seriamente a rischio la sopravvivenza di un istituto creato per dare unità al sistema di pubblicazione delle fonti per la storia d’Italia”.
Da atenei e organismi scientifici di mezza Europa Miglio sta ricevendo attestazioni di solidarietà. Ma anche da Viterbo, alla cui storia l’Istituto ha dedicato importanti volumi. Basti rammentare, per la curatela di Corrado Buzzi, quei monumenti rappresentati dalla “Margarita iurium Cleri viterbiensis”; dal “Liber quatuor clavium” e dallo “Statuto del Comune di Viterbo del 1469”.
“Solo il 5 per mille può salvarci”, ripete Miglio. Già, il 5 per mille dell’Irpef (indichiamo per gli eventuali interessati il codice fiscale: 80132790567) “ormai l’unico strumento utile a far sì che la storia continui”. Info: libro bianco “Medioevo negato” www.isime.it
di Carlo Maria Ponzi
Pubblicazione: 03-05-2011, Corriere della sera (scarica in formato pdf)
Sezione: Tempo libero
Beni culturali Appello per destinare il 5 per mille ad un centro di fama mondiale
Medioevo negato
Rischio chiusura per l'Istituto di piazza dell'Orologio
L'ultimo sos mandato è la richiesta di destinargli il cinque per mille dell'Irpef (il codice fiscale da indicare è 80132790587). Se servira a ridare fiato, è presto per dire, perché l'Istituto storico italiano per il Medioevo è un malato grave cui non basta un'iniezione di antidolorifico per guarire. Già sulle nostre pagine ne aveva segnalato un anno fa le difficoltà Carlo Arturo Quintavalle. Ma nulla è cambiato, anzi la situazione è ancora peggiorata.
Le pubblicazioni si sono diradate, documenti e testi che andrebbero trasferiti su supporto telematico restano immobili sulla carta, preparati collaboratori sono stati licenziati, la stupenda sala conferenze decorata da legni antichi è da mesi desolatamente vuota. Non si contano i convegni di studi, incontri, le conferenze saltate.
Una lenta agonia, e neanche iI decreto-legge che ha rifinanziato la cultura con sette milioni di euro lascia ben sperare. «Chi ci garantisce che saremo noi a essere salvati? Con quali criteri saranno destinati i fondi?» si domanda con comprensibile ansietà il presidente dell'Istituto, Massimo Miglio (nella foto). Nessuno: nessuno può garantire, ad oggi, la pravvivenza di questo gioiello a piazza dell'Orologio, nell'ex convento che ospita inoltre l'Archivio capitolino e la Bibliteca Vallicelliana. Fondato nel 1883, voluto e diretto negli anni da personaggi di altissimo profilo culturale e politico, l'Istituto ha contribuito a tracciare l'identità di una nazione attraverso la pubblicazione delle fonti per la storia d'Italia, cronache, raccolte di documenti, obituari, testi letterari. Le collane di studi storici contano su più di 500 volumi. La biblioteca specializzata ha anche due piccoli fondi di manoscritti. Ancora, un'ottima collezione di riviste specializzate. Il repertorio bibliografico delle fonti storiche medievali d'Europa è un prezioso strumento per gli studiosi.
Materiale da conservare, potenziare, aggiornare. Ma bastano due conti per capire come sia un'impresa impossibile. L'Istituto ha ogni anno spese fisse per 230.000 euro, di cui 163.000 sono quelle per il personale di ruolo, cinque persone (erano otto nel 2001). II finanziamento statale dai 190.000 euro del 2010 è sceso quest'anno a 158.000 euro, evidentemente insufficiente a coprire gli stessi stipendi dei pochi impiegati. Non c'e niente da inventarsi, la sofferenza è evidente. Tutto questo mentre istituzioni culturali straniere simili crescono, migliorano, si espandono.
«L'Istituto storico germanico - fa notare il professor Miglio - ha a disposizione per la sola biblioteca il doppio di quanto abbiamo noi per tutte le attività. Quando c'e stato uno stanziamento iniziale dignitoso, grazie a sponsorizzazioni di banche e privati siamo stati in grado di mettere in moto un circuito virtuoso che ha portato a un bilancio consuntivo di 650.000 euro. Però, è un serpente che si morde la coda: niente soldi, niente iniziative».
E mentre in Italia stiamo a guardare, gli altri s'interrogano. In un libro bianco «Medioevo negato», il professor Miglio ha raccolto gli attestati di solidarietà di istituzioni internazionali, come l'Académie des inscriptions et belles-lettres dell'Istituto di Francia o i Monumenta Germaniae Historica. «Roma è il Cern delle scienze umanistiche - ha scritto a Berlusconi Walter Geerts, responsabile dell'Unione internazionale degli istituti di archeologia, storia e storia dell'arte Roma -. Network come questi una volta attaccati alla base non si ricostruiscono più: semplicemente spariscono».
Laura Martellini
Pubblicazione: 15-04-2011, Gli Altri (scarica in formato pdf)
Sezione:
A rischio l'Istituto Storico Italiano, uno degli enti culturali piu prestigiosi. Parla il direttore
IL MEDIOEVO NEGATO
Si dichiara morta la cultura, negato il medioevo, distrutto il valore storico e intellettuale di un paese che per la sua fama internazionale si è avvalso di istituzioni di grande prestigio scientifico in Europa e nel mondo. Si urla al tradimento dell'articolo 9, comma 2, che si impegna a promuovere lo sviluppo delle espressioni artistiche e scientifiche. L'lstituto Storico Italiano per il Medioevo, fondato nel 1883, ha sede a Roma, a Palazzo Borromini a piazza dell'Orologio, si è visto decurtare i finanziamenti. A rischio bollette, affitti e stipendi. Uno degli enti piu prestigiosi delpaese rischia di chiudere, e abbiamo chiesto al direttore Massimo Miglio di raccontarci lo scenario: "Dall'entrata in vigore dell'euro nel 2001 c'è stata una diminuzione dei fondi ministeriali destinati alla cultura del 63%. Il problema però non sono solo i finanziamenti, ma le complicazioni burocratiche e ideologiche che non permettono alcun buon senso nella continuazione di ciò che l'Italia usava definire come propria cultura". "Medioevo negato" è il titolo della protesta che sta trovando appoggio tra gli studiosi e voce sui maggiori quotidiani.
Il problema riguarda solo la contabilità dello Stato?
No, io vedo in tutto questo una precisa intenzione politica. Vogliono colpire tutto quello che nella loro ottica tra l'altro identificano come cultura di sinistra.
Ma che cosa c'entra il medioevo con la sinistra?
Ah, io non lo capisco proprio. Ma è evidente un pregiudizio ideologico. Tremonti come risposta alla nostra protesta ha domandato: "La cultura non produce soldi, ha mai provato a farsi un panino con la Divina Commedia?"
Vi accusa di attingere alle risorse senza farle "rendere..."
Anche questo non è vero. Il nostro bilancio consultivo è stato sempre superiore ai 180mila euro che ricevevamo gli anni scorsi. Fino ad arrivare a un utile di circa 650mila euro. Quindi, numeri alla mano, non è assolutamente vero che le istituzioni culturali non fruttino. Noi abbiamo dato lavoro e abbiamo creato economia. Ma ora ci ostacolano in tutti modi.
Meglio di un'azienda privata.
E pensi che anche i finanziamenti del Ministero della Ricerca sono impossibili da avere perché ora sono tutti destinati non alle istituzioni pubbliche ma a quelle private. Ed è lo stesso Ministero che individua i temi sui quali si può fare domanda. Piano piano veniamo soffocati, e senza possibilità di risoluzione.
Cosa prevede per il futuro, direttore Miglio?
Se continua così le nostre biblioteche, gli archivi, gli scavi archeologici rimarranno in semi abbandono e non saranno più funzionanti. A questo ora si deve anche aggiungere la crisi durissima dell'università italiana che sta affrontando una riforma tutta diretta alle scuole private. Si è addirittura arrivati a contrapporre alle scuole pubbliche le scuole libere non quelle private. Io non voglio essere pessimista, ma credo che solamente attraverso una protesta ben organizzata si possa continuare a sperare in un futuro.
E più nello specifico, il destino dell'Istituto che lei dirige?
Serrano i rubinetti, ma non ci vogliono far chiudere per non prendersi la responsabilità. A gennaio ho dovuto scrivere alla Procura Regionale della Corte dei Conti per far presente la situazione, altrimenti rischiavo di essere visto io come responsabile della riduzione dei seminari annuali da 25 a 3, del blocco degli acquisti per la biblioteca e del mancato stipendio per molti collaboratori. Vede, prima ho parlato di soffocamento non a caso. è come se uno si sentisse intorno al collo una mano che si stringe lentissimamente, e nei momenti più forti, detto tra noi, uno si stanca, non siamo inossidabili, ci si stanca. Lo scorso 9 aprile i precari hanno manifestato in tutta Italia. Tanti giovani, e non, sotto lo slogan "Il nostro tempo a adesso". Per i giovani la situazione è terrificante. E queste proteste sono l'unico dato positivo. Eppoi io credo - sarà una deformazione professionale - che finito il Medioevo ci sia sempre un Rinascimento. Senza dimenticare che tra le due epoche c'è stato l'Umanesimo, periodo in cui l'uomo era chiamato a ragionare su se stesso, sui propri limiti e sulle proprie abilità attraverso la cultura del passato. Senza la quale si va allo sbaraglio.
Valerio Cappozzo
Pubblicazione: 24-03-2011, la Repubblica (scarica in formato pdf)
Sezione: Economia e politica
Spettacolo, tornano i fondi ma benzina più tassata
ROMA - «Tutto è bene quel che finisce bene», chiosa con un largo sorriso il sottosegretario Gianni Letta dopo aver annunciato decisioni del consiglio dei ministri che fino a ieri parevano fantascienza: il reintegro del finanziamento allo Spettacolo con 149 milioni di euro (in dotazione perenne) e lo "scongelamento" dei 27 milioni fermati dal Milleproroghe che portano il Fus (Fondo unico dello Spettacolo) a 428 milioni di euro, più del 2010. «Si cominciaa ragionare», hanno commentato i sindacati confederali che hanno subito revocato lo sciopero generale di domani. Non solo: il decreto di ieri cancella l' aumento di un euro del prezzo del biglietto del cinema, che di fatto faceva pagare agli spettatori gli incentivi fiscali peri produttori di cinema. Ora tax credit e tax shelter saranno finanziati (in modo permanente) con 90 milioni di euro. Soldi anche ai Beni Culturali: 80 milioni sull' unghia più 7 per gli istituti culturali, più una norma straordinaria per il sito di Pompei che prevede l' assunzione di 30 funzionari specializzati e 50 operai. Lo stesso provvedimento permette al Mibac (Ministero dei Beni Culturali) di assumere tecnici, archeologi e altri in proporzione ai pensionamenti e quest' anno sono 170 unità. Provvedimenti da Re Mida in tempi di tagli draconiani e restrizioni, che verranno finanziati con le accise su benzina e gasolio. «È un sacrificio piccolo che chiediamo agli italiani, ben contenti di sostenere il nostro patrimonio culturale che tutti ammirano», dice Letta. Il decreto non stabilisce quanto saranno alzate le accise, si parla di 1-2 centesimi di euro, cosa che ha già scatenato reazioni irritate dei consumatori sul web. «Ma è probabile che invece non ci sia nessun aumento», butta lì Salvo Nastasi, capogabinetto del Mibac, secondo molti con Letta, il vero artefice di questo decreto, annunciato con enfasi come "l' ultimo atto" del ministro Bondi, ieri ufficialmente dimesso e ufficialmente sostituito da Giancarlo Galan («ora bisognerà ripartire dallo 0,21 per cento del bilancio dello Stato cheè quantoèa disposizione del ministero dei Beni culturali»). Il decreto, che secondo indiscrezioni avrebbe affrontato il finanziamento della missione in Libia, ha approvato altre scelte importanti: la proroga del divieto di incroci fra stampa e televisione al 31 dicembre 2012, la moratoria di un anno sul nucleare, altre risorse per le forze dell' ordine e una norma sulle tv locali per facilitare la liberazione delle frequenze in vista della gara sulla banda larga mobile tra operatori telefonici. Ma sono i finanziamenti per Cultura e Spettacolo a occupare la ribalta, dopo mesi di clamorose proteste, di parole dure delle celebrità, a cominciare da Riccardo Muti che con l' Opera di Roma e il sovrintendente De Martino si era battuto per un intervento del governo, prontamente promesso dal ministro Tremonti in persona, non più tardi di una settimana fa. Il coro di soddisfazione è unanime. «Ci auguriamo che questo sia solo l' inizio», ha detto Ilaria Borletti Buitoni, presidente del Fai (Fondo ambiente italiano). «Non è ragionevole mortificare un intero settore», dice Paolo Protti presidente dell' Agis, l' associazione generale dello Spettacolo che con Federculture e Anci ha deciso di cancellare le tre giornate di protesta di sabato domenica e lunedì, e di chiedere già un tavolo di confronto con il nuovo ministro. «Avute le risorse, ora ci vogliono le regole», dice Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro, proponendo una Costituente per la Cultura. - ANNA BANDETTINI

Pubblicazione: 24-03-2011, L'Unità (scarica in formato pdf)
Sezione: Economia
La cultura batte il Governo
È la più poderosa disfatta del governo Berlusconi in
tre anni: sulla cultura tutte le richieste urgenti fatte da movimenti, sindacati, associazioni di categoria sono state accettate. Il reintegro a livello già basso dell’anno scorso degli investimenti alle attività culturali; la soppressione della tassa di un euro sui biglietti del cinema per finanziare il tax credit e shelter; le dimissioni di Sandro Bondi, che lascia con la palma di peggior ministro della storia repubblicana, già sostituito da Giancarlo Galan – vedremo se sarà un miglioramento.
Si aggiunga un nuovo regolamento per Pompei, 80 milioni di euro per i lavori di restauro e conservazione nei beni culturali, 7 milioni per gli istituti di cultura, lo sblocco delle assunzioni dei tecnici al Mibac: nel complesso erano gli obbiettivi minimi che si era posto il dipartimento cultura del Pd, che con le sue campagne ha colto nel segno. A mani vuote resta Federculture, per l’abrogazione della legge 122 non ottiene ancora nulla.
Per presentare in conferenza stampa tutto ciò come una vittoria del Governo serviva lo squisito gesuitismo di Gianni Letta, vero regista occulto dell’operazione. E, infatti, tra i fumi dell’incenso ecco la stilettata: una tassa sui carburanti non farà apprezzare la cultura in un paese come il nostro che tanto poco la ama.
L’intervento di Riccardo Muti, dopo quello di Daniel Barenboim e molte altre personalità, è stato importantissimo, ma senza le continue proteste di questi mesi non si sarebbe giunti al risultato: Berlusconi e i suoi più di tutto temono la serialità. E il messaggio stava filtrando tra la gente. I sindacati frenano gli entusiasmi e per ora “sospendono” gli scioperi, abituati alle promesse marinaresche del Governo vogliono vedere come andrà a finire. E incertezza c’era anche durante un affollatissimo flash mob dei danzatori ieri a Piazza Montecitorio, dove non si sapeva bene se festeggiare o protestare. Quei volti di giovani ballerine e ballerini dicevano che, sì, la cultura ha vinto la battaglia per non morire, gli resta da combattere quella per vivere.
Luca Del Fra
Pubblicazione: 16-03-2011, Corriere della sera (scarica in formato pdf)
Sezione: Cultura
Professor Tremonti, ci ripensi
(forse così può salvare la cultura)
Faccia vedere che anche un governo di destra può avere a cuore le sorti del cinema, dei musei, delle biblioteche
Mi riesce difficile capire come sia possibile che una persona della qualità del ministro Tremonti non si renda conto che il modo in cui sta sottraendo risorse alle attività e ai beni culturali porta virtualmente l’Italia alla rovina. Non è un’esagerazione. Almeno quella parte antica o antichissima del Paese che viene dal nostro passato sta infatti andando letteralmente a pezzi o precipitando in un’incuria che finirà ineluttabilmente per cancellarla. Caro professore, ci ripensi.
Confesso di nutrire simpatia per il ministro Tremonti. In un Paese di «piacioni» e di politici falsamente alla mano, il suo atteggiamento sempre un po' ironico, quando addirittura non sprezzante, la sua incontenibile propensione a infischiarsene del bon ton democratico, e viceversa a salire in cattedra (impartendo lezioni di solito tutt'altro che stupide), sono cose apprezzabili. Insomma, oltre che simpatia ho anche stima del professor Tremonti.
Proprio per questo mi riesce difficile capire come sia possibile che una persona della sua qualità non si renda conto che il modo in cui sta sottraendo risorse alle attività e ai beni culturali porta virtualmente l'Italia alla rovina. Non è un'espressione esagerata, questa. Almeno quella parte antica o antichissima del Paese che ci viene dal nostro passato (gli edifici, il patrimonio delle biblioteche e dei musei, le aree archeologiche) sta infatti andando letteralmente a pezzi o precipitando in un'incuria che finirà ineluttabilmente per cancellarla. Così come si sta restringendo progressivamente la nostra possibilità di fare musica, teatro, cinema. Non si tratta di ambiti separati. Alla fine la cultura - vale a dire ciò che fa l'uomo più umano - è infatti una cosa sola. Tra gli Uffizi e Cinecittà, tra la Scala e un museo di strumenti musicali, tra la Biblioteca Marciana e il Teatro greco di Taormina, esiste una corrispondenza misteriosa, un dialogo segreto attraverso i secoli che, allacciatisi in queste contrade, hanno prodotto risultati ineguagliati. E che noi, italiani di questa generazione, dobbiamo sentire la responsabilità di non interrompere. Invece - come ha detto Andrea Carandini annunciando l'altro ieri le sue dimissioni dalla presidenza del Consiglio superiore dei Beni culturali - «una parte del Paese sta affondando se stessa».
Sono sicuro che Giulio Tremonti tutte queste cose le sa bene. Ed è la ragione che mi spinge a vincere quel timore di apparire patetico da cui si è irresistibilmente presi quando si parla di certe cose ad un politico italiano. «Sai che ci capisce e che gliene importa», uno pensa subito. Invece credo che Tremonti capisca, e che in un modo e in una misura che non conosco gliene importi anche. Ma i numeri sono contro di lui: a cominciare dagli ulteriori 77 milioni (27 allo spettacolo, 50 a tutto il resto) tolti negli ultimi giorni alla dotazione del ministero dei Beni culturali. Cifre inquietanti a cui ne aggiungo solo pochissime altre, rimandando al libro dei nostri Stella e Rizzo, Vandali, chi volesse avere un panorama più completo e agghiacciante del disastro. Basti dire, dunque, che i fondi attualmente a disposizione del suddetto ministero ammontano appena allo 0,21 per cento dell'intero bilancio dello Stato (erano lo 0,34 solo pochi anni fa). Per la tutela dell'intero patrimonio storico-archeologico-artistico il nostro Paese stanzia la cifra ridicola di 50 milioni di euro (il Louvre da solo ne impegna 227!). Siamo arrivati al punto che sempre a scopo di tutela l'amministrazione italiana è ridotta a impiegare un archeologo ogni 34 kmq di terreno archeologico (per i circa 50 ettari di Pompei c'è un solo archeologo), e uno storico dell'arte o un architetto ogni 57 edifici tutelati. In complesso, a causa del mancato rimpiazzo, l'amministrazione dei Beni culturali vede oramai il proprio personale tecnico, amministrativo e di sorveglianza diminuire ogni anno di circa 800 unità.
Chiedo a Tremonti: dobbiamo proprio rassegnarci a questa situazione? Come italiano, lui si rassegna? Gli pare ammissibile? Glielo chiedo in tutta sincerità, non retoricamente. E glielo chiedo immaginando bene, tra l'altro, tutte le ragioni di fastidio o addirittura di cordiale antipatia che uno come lui può nutrire per il mondo che gravita intorno alla cultura: è perlopiù, infatti, un mondo popolato di gente quasi tutta di sinistra - spesso, per giunta, di quella più conformista, ipocrita e doppiopesista che ci sia; è un mondo abituato a spendere infischiandosene disinvoltamente della risposta del pubblico e della tenuta dei conti; è un mondo, infine, pervaso da un bieco corporativismo sindacale. Tutto vero (almeno in parte. E almeno secondo me). Ma proprio per questo mi viene da dire: gli faccia un dispetto, professor Tremonti, a questo mondo. Gli faccia vedere che anche il ministro di un governo di destra può avere a cuore le sorti del cinema, dei musei, delle biblioteche. Cerchi di fare qualcosa. Dopotutto, le assicuro, ci sono anche gli italiani non di sinistra, i quali proprio tutti analfabeti non sono. E poi alla fine, se proprio non bastasse, c'è l'Italia: il cui interesse, se ben ricordo, lei dovrebbe aver giurato di difendere.
Ernesto Galli della Loggia
Pubblicazione: 15-03-2011, Corriere della sera (scarica in formato pdf)
Sezione:
Una parte del Paese sta affondando se stessa
Gli avversari della cultura «Finora nella politica italiana hanno vinto gli avversari della cultura: non potendo abolire il ministero, lo hanno privato di uomini e mezzi. Ma se ci fosse una svolta, sarei ancora pronto a servire lo Stato»
Ho scelto un atteggiamento super partes, riuscendo a preservare il Consiglio dagli scontri della politica, convinto che il patrimonio culturale ha a che vedere più con il tutto che con le parti. Ho invitato l' Amministrazione a partecipare alle riunioni del Consiglio, stabilendo con essa un dialogo, che ha arricchito le scelte di riflessione. Ho invitato esperti esterni, che hanno perfezionato i nostri orientamenti. Il Consiglio è così diventato un luogo di dibattito istituzionale allargato. Oltre ai pareri obbligatori in materia di bilancio - progressivamente svuotati di significato per l' abbattimento dei fondi - e oltre alle difese con successo del Codice abbiamo avanzato proposte su questioni importanti. Si è trattato di problemi di rilevanza nazionale (Roma archeologica, vincoli nel Lazio, impostazione della Grande Brera, Galleria Corsini, via Appia), di problemi metodologici (ricostruzione dell' Aquila, rischio sismico, manutenzione programmata, sistemi informativi territoriali) e di problemi riguardo spese e finanziamenti (residui passivi, Arcus). Il fine è stato quello di favorire razionalizzazioni e finalizzazioni che non comportano esborsi. Nel marzo del 2009 il Ministero poteva contare su 155 milioni di euro per la tutela, cifra già allarmante, che per essere giudicata va comparata con la somma che l' istituzione era ed è in grado di spendere: circa 450 milioni l' anno in media per il 2005-2010. Ho sperato in un recupero o quantomeno in una assenza di tagli, come avvenuto per l' Università e la ricerca. Si sono succeduti, invece, tagli sempre più duri, che hanno leso la possibilità del Ministero di agire. Possiamo al momento contare solamente su 102 milioni per curare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico, che è un obbligo imposto dalla Costituzione, cui il Ministero non è più in grado di ottemperare. È per questa ragione che mi sono appellato al presidente della Repubblica. A ciò oggi si aggiunge un congelamento del 10 per cento del finanziamento, a favore del digitale terrestre, per cui la disponibilità per gli investimenti è scesa a 92 milioni. Se dividiamo tale somma tra le 269 stazioni appaltanti otteniamo 340.000 euro per ciascuna. Rispetto a soli sei anni fa, il finanziamento è calato del 70 % e il nostro Ministero ha subito il taglio di risorse maggiore (31 %) nell' ultimo quadriennio, escluso il Ministero per l' Ambiente: altro che tagli lineari! Infine occorre l' assunzione di 8 dirigenti, 108 funzionari e 54 vigilanti. Possibili se non ci tagliano un ulteriore 10%. Il ministro Sandro Bondi è stato colpito, prima ancora che dall' opposizione, dal governo e dallo stesso partito di cui è il coordinatore nazionale. Governo che ha risposto alle reiterate richieste con altrettanti dinieghi, compresa una domanda di personale in favore di Pompei: a nulla sono valsi i crolli, il «vergogna» del presidente della Repubblica e le reazioni del mondo. Ho riflettuto su questi dinieghi e sono giunto alla conclusione, molto amara, che nella politica italiana hanno vinto, da ultimo e finora, gli avversari della cultura e dei beni culturali tutelati dallo Stato, che, non potendo abolire il Ministero (accusato fra l' altro di aver intralciato il Piano-Casa), sono riusciti a deprivarlo di uomini e mezzi per neutralizzarlo. A questi avversari della cultura rivolgo lo stesso monito del sottosegretario Francesco Maria Giro: «Fermatevi». Anche il ritardo nella nomina del nuovo ministro è un segnale che scoraggia. C' è bisogno enorme di orientamento. Confidando in una prossima nomina, ho affidato al Corriere le mie opinioni su un idealtipo di ministro, ma la scelta del successore continua a essere rimandata. Ora nessuno ci difende in Consiglio dei ministri. Credo che il Consiglio Superiore debba rappresentare un bastione tecnico da preservare fino in fondo. Il problema è che il fondo è stato raggiunto. In questa situazione miserevole ho perso la speranza. Se la nave fosse stata colpita da un nemico, rimarrei sulla tolda per dare man forte ai funzionari dediti al bene comune, ma qui è una parte rilevante della Repubblica che affonda sé medesima nella qualità e identità delle nostre vite. Per evitare questa auto-distruzione varrebbe la pena di scegliere, con più fatica e cura, dove premiare e dove tagliare più a fondo, prendendo ad esempio di mira i costi immani della politica, da tutti denunciati ma da nessuno limitati, per salvare un patrimonio di storia e di arte, grazie a una somma contenuta e a un manipolo di assunzioni urgenti. Ho maturato così la decisione di dimettermi da presidente del Consiglio superiore. È bello servire lo Stato, quando sei messo nella condizione di farlo, e sarei ancora pronto a servirlo, ove un atto politico rilevante e concreto arrivasse a segnare una svolta - nella direzione, nei mezzi e negli uomini - senza la quale la prognosi per questo Ministero è la morte. Lancio un allarme: ci stiamo allontanando dalla patria, anche quella visibile fatta di paesaggio, storia e arte. Rischiamo di perderla, e non sono passate neppure cinque generazioni dalla fondazione dello Stato italiano.
Andrea Carandini
Pubblicazione: 14-03-2011, Corriere della sera (scarica in formato pdf)
Sezione: Politica
USCITA DI SCENA del presidente del Consiglio superiore
Tagli, Carandini lascia i Beni culturali
Pd: «Si è ribellato all'assassinio della cultura italiana». Voci preoccupate anche nelle fila del Pdl
ROMA - Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, si è dimesso. La decisione sarebbe legata agli ulteriori tagli al settore. Carandini era stato nominato presidente del Consiglio superiore dei beni culturali dal ministro Sandro Bondi il 25 febbraio 2009 al posto del dimissionario Salvatore Settis. Quest'ultimo aveva poi lasciato l'incarico per dissenso sulla gestione e sulla tutela della politica culturale del governo. Carandini è professore ordinario dal 1980 e dal 1992 insegna archeologia presso l'Università di Roma La Sapienza ed è uno dei più illustri e autorevoli archeologi a livello internazionale.
I TAGLI AL FUS - Carandini ha motivato le sue dimissioni irrevocabili «nella constatazione dell'impossibilità del ministero di svolgere quell'opera di tutela e sviluppo del patrimonio culturale stante la progressiva e massiccia diminuzione degli stanziamenti di bilancio».
REAZIONI E POLEMICHE - Le reazioni politiche alle dimissioni di Carandini non si sono fatte attendere . Dall'opposizione il vicepresidente dei senatori del Partito democratico, Luigi Zanda, non usa mezzi termini: «Berlusconi dovrebbe vergognarsi e chiedere scusa alla cultura italiana per le dimissioni di Andrea Carandini, grande archeologo e persona perbene che oggi si è ribellato all'assassinio della cultura italiana». Reazioni preoccupate anche dalle file del Pdl: «Le dimissioni di Andrea Carandini fanno riflettere, anche perché si tratta di un grande tecnico nominato dal ministro Bondi, dunque super partes», dice il deputato Bruno Murgia del Pdl, componente della commissione Cultura alla Camera. «Il governo - aggiunge il parlamentare di centrodestra - deve raccogliere il grido d'allarme lanciato da Carandini, ripristinando i fondi per valorizzare il vero patrimonio italiano che è il paesaggio con la sua cultura». Fiducioso, invece, nella revocabilità delle dimissioni di Carandini si è detto il sottosegretario dei Beni Culturali Francesco Giro: «Se da un lato la lettera del professor Carandini esprime un netto dissenso rispetto alla riduzione dei finanziamenti destinati alla cultura, dall'altro lato rivela una disponibilità a proseguire il proprio impegno purché si assumano a breve termine scelte concrete a sostegno del patrimonio culturale nazionale». Dal centro arriva la dichiarazione del presidente dell'Udc, Rocco Buttiglione, che fa notare come le dimissioni di Carandini, «personalità di straordinario prestigio scientifico e non ideologicamente fazioso, dicono che la crisi del Ministero dei Beni Culturali è un dato drammatico e reale e che va affrontato al di fuori degli schieramenti di parte e con spirito di servizio per il bene del Paese». «Scelta di grande dignità», secondo Francesco Rutelli, leader di Alleanza per l'Italia: «Qualcun altro, Bondi, avrebbe dovuto dimettersi per evitare che si dimettesse Carandini».
Pubblicazione: 14-03-2011, La Repubblica.it (scarica in formato pdf)
Sezione: Scuola
Barroso; "Non intelligente tagliare l'istruzione"
Fini: "Servono risorse per la riforma Gelmini"
Il presidente della Commissione Ue riceve la laurea honoris causa in giurisprudenza in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico 2010-2011 della Luiss. Troppi bidelli? Sindacati contro il ministro
ROMA - "Non è intelligente tagliare la scienza, l'istruzione e la cultura". Il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ricevendo la laurea honoris causa in giurisprudenza in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico 2010-2011 dell'Università Luiss, sottolinea così il ruolo fondamentale dell'Istruzione nello sviluppo del Paese. Una dichiarazione, accolta da un applauso della platea, che arriva dopo le proteste per l'entrata in vigore della riforma Gelmini.
Quella stessa riforma che, ieri, il ministro ha difeso da Fabio Fazio e che oggi trova un plauso anche nelle parole di Gianfranco Fini. "Rende più competitiva la nostra università" dice il presidente della Camera. Che, se vede un rischio, lo vede nelle risorse. "Il punto è il sottofinanziamento. La riforma sarà ancora più efficace se ci sarà la ripresa economica e di conseguenza con maggiori investimenti pubblici". E sul tema delle risorse ha insistito anche la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia: "Bisogna investire nella crescita, nell'università e nella scuola. Dobbiamo e possiamo fare di più, questo è uno dei pochi campi in cui il governo deve continuare a investire soldi".
E alla Gelmini che aveva parlato di scuole sporche e di bidelli "più numerosi dei carabinieri", replicano i sindacati. Se le scuole italiane sono sporche si vede che la gestione non è adeguata - dice il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti - Chi la gestisce la scuola? Non noi. I bidelli non sono troppi". Mentre per il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, è noto "che molte scuole sono incustodite per la mancanza di bidelli e che gli insegnanti italiani hanno gli stipendi più bassi d'Europa".
Pubblicazione: 14-03-2011, Corriere della sera (scarica in formato pdf)
Sezione: Roma. Arte e cultura
Muti: «Salviamo la cultura ucciderla è un vero crimine»
Parla il maestro dopo la serata eccezionale di sabato con il «Va' pensiero» contro i tagli cantato da tutta la sala «Emozioni uniche, ho tradito le regole per protesta»
ROMA - «Alla fine del Va' pensiero ho sentito gridare Viva l'Italia, d'istinto dal podio mi sono girato verso la platea e ho visto gruppi di persone alzarsi in ordine sparso. Finché erano tutti in piedi, anche il coro, a cantare il bis seguendo la mia richiesta. È stata un'onda crescente, per partecipazione e intensità. Un uomo di grande corporatura al centro della sala che è stato tra i primi ad alzarsi in piedi: era Gérard Depardieu. Nel nome di Verdi si è invocata la patria unita. Era come se stessi sognando, un'emozione mai provata in vita mia». Riccardo Muti il giorno dopo il Nabucco «irrituale» che all'Opera di Roma ha rotto i codici di un mondo fatto di ritualità come quello della lirica. Il messaggio dell'Unità d'Italia si è intrecciato all'appello contro i tagli alla cultura; una serata di forte presa emotiva che è andata al di là del risultato musicale.
Lei ha interrotto lo spettacolo mentre dal loggione scendeva una pioggia di volantini...
«Una scena viscontiana che ci riporta al film Senso. C'erano frasi sull'identità italiana, altri con su scritto Viva il presidente Napolitano o Muti senatore a vita che mi ha messo qualche imbarazzo. È stata una cosa assolutamente spontanea, non c'era nulla di preparato. Ho preso la parola per ricordare che la cultura è la guida della nostra società. Poi il Va' pensiero cantato da tutta la sala, c'erano coristi che piangevano. Un momento di grande italianità».
Nel 1986 fece il bis del Nabucco al suo primo 7 dicembre scaligero da direttore musicale.
«Sapevo di contravvenire alla regola di Toscanini, mi resi conto che la richiesta di bissare una pagina non roboante, non si tratta della cabaletta di un virtuoso ma della preghiera dolorosa di un popolo smarrito, si rifaceva allo spirito dei patrioti milanesi risorgimentali, come se si fosse reincarnata l'atmosfera della presa di coscienza dell'identità nazionale alla prima del 9 marzo 1842. A Roma è stata una serata completamente diversa».
Per il canto di tutta la sala.
«Per alcuni secondi sono stato titubante se rifarlo o meno, poi ho pensato che quelle parole, Oh mia patria sì bella e perduta, si sposano alla situazione tragica e ignominiosa dei tagli verso la cultura e quindi all'uccisione squilibrata, vile, assurda della nostra identità nazionale. Ho pensato al momento grave non solo della musica, parlo anche dei musei, di case editrici che mi hanno scritto e non possono più dare alle stampe, per la mancanza di fondi promessi, pubblicazioni internazionali su Clementi e Boccherini, mentre si spendono grandi somme per apparizioni di attori d'Oltreoceano alla tv. Allora mi sono detto: ma sì, coinvolgiamo tutta la sala. E dal podio ho visto quella scena straordinaria. L'80 per cento della sala ha dimostrato di conoscere bene il testo, si capisce quanto siamo legati al repertorio operistico, mentre il mondo attonito si chiede perché la cultura in Italia debba soffrire così».
Berlusconi nasce imprenditore, perché non capisce che la cultura porta denaro?
«Quando andai con la Scala in Giappone, sul made in Italy ci fu un'attenzione dei media tale per cui a Tokyo i ristoranti italiani superarono quelli francesi. È chiaro che dobbiamo preoccuparci di chi non arriva a fine mese e della sanità, ma uccidere la cultura in un Paese come l'Italia è un crimine contro la società. La cultura è il collante spirituale che tiene insieme un popolo».
Lo ribadirà il 21 marzo quando andrà nella tana del lupo, al concerto che terrà alla Camera dei Deputati?
«Tutto quello che faccio nasce spontaneamente, non mi sono mai preparato un discorso. Dipenderà dall'impatto con la presenza fisica delle persone. Io spero che prima del 21 ci sia una mobilitazione tale che le luci sul problema si siano già accese».
Il sindaco Alemanno nel suo intervento sembrava uno dell'opposizione...
«Ha pronunciato, anche come presidente dell'Opera, parole giuste e coraggiose a favore di un teatro che ha un potenziale enorme e che non vuole essere abbandonato».
Secondo lei c'è un disegno per distruggere una categoria dalla quale il governo non si sente appoggiato?
«Non credo, tutto nasce dal fatto che la cultura è considerata marginale, non importante; questo offende sia persone che, come me, non hanno bisogno di lavorare in Italia, sia i nostri artisti che vengono visti come questuanti con la mano tesa per avere qualche spicciolo in mano. Io mi sento offeso come cittadino italiano. Gli artisti sono fondamentali, tant'è vero che la prima cosa che fanno le dittature è tappare la bocca alle menti pensanti. Non sto dicendo che da noi c'è la dittatura, ma fatta qualche eccezione come il presidente Napolitano i politici pensano che la cultura sia un passatempo inutile».
Le è capitato il canto del muezzin a un concerto nel deserto tunisino, alla Scala suonò Traviata al piano per uno sciopero. Ora ha diretto artisti e pubblico per la prima volta...
«Sarà anche l'ultima».
Valerio Cappelli
Pubblicazione: 10-03-2011, l'Unità (scarica in formato pdf)
Sezione: Culture
Cultura, la scure non si ferma mai Nuovi tagli saliti a 77 milioni
Togli il pane a chi è affamato e quello muore. La vittima stavolta ha il corpo della cultura e dello spettacolo. Già la Finanziaria ha “congelato” 27 milioni di euro al Fondo unico dello spettacolo ridotto ad appena 258 milioni per il 2011. Poi viene fuori che il ministero per i Beni culturali, indifeso da Bondi, perde altri 50 milioni (arrivando a 77) quando già le risorse sono peggio che al lumicino. Tanto che archeologi, storici dell'arte e quant'altri non hanno soldi per fare le ispezioni nel territorio, ovvero verificare come stanno scavi, urgenze ed emergenze. Un buon modo per distruggere in silenzio l'arte.
Da via del Collegio Romano alzano le braccia, invocano ripensamenti, parlano di “amara sorpresa”. Qualcuno lo dirà in buona fede, dal titolare e i suoi fedeli però tante chiacchiere a vuoto sono inaccettabili quanto i tagli stessi. Bondi spera che il suo successore (a breve), sappia «rimediare e invertire la situazione», il mondo dello spettacolo si ribella.
Gli altri 50 milioni mancanti li rivela la Uil beni culturali: come per gli altri 27, non ci saranno perché l'asta sulle frequenze per le telecomunicazioni ha dato risultati diversi da quelli attesi e una norma nella Legge di stabilità ha provveduto a tagliare. Per il sindacato significa «la paralisi operativa di tutta l'attività istituzionale del ministero beni culturali».
Il sottosegretario Francesco Giro deve ammettere: con i tagli è in crisi l'intero settore. Per il Fus ricorda che, rispetto alle vecchie risorse, la musica è scesa da 56 a 35 milioni, la lirica da 196 a 122, la danza da 9 a 5, il teatro da 67 a 42, il cinema da 76 a 47. E oggi queste cifre saranno essere ulteriormente tagliate del 10%.
Le voci credibili si levano dalla cultura. Nel cinema Virzì, Silvio Orlando al movimento dei 100Autori invocano una reazione forte, tanto più che Cinecittà Luce rischia concretamente di chiudere. Il direttore d'orchestra di Santa Cecilia Pappano definisce il taglio come frutto di «ignoranza totale. Erano state fatte molte promesse all'Accademia di Santa Cecilia e a tutta la musica italiana: è scandaloso il modo in cui il provvedimento sui tagli è andato avanti». E il presidente dell'Accademia sinfonica romana Bruno Cagli annuncia che lunedì si dimetterà. Il Pd parla di «metodo Marchionne», denuncia il «massacro» della cultura e ribadisce: Bondi se ne vada.
Protestano le associazioni di settore: dall'Anac, a Federculture, Federcultura, Arci, Movem09, a Legacoop. E l'Agis, che non è un movimento ma associazione istituzionale, comunica che non parteciperà più alle attività consultive del Ministero dei beni culturali. Bloccando un punto decisivo: dovrebbe infatti essere la Commissione spettacolo (organo consultivo) a indicare la ripartizione tra i vari settori del Fus. La settimana scorsa la Commissione non si è riunita per protestare contro i tagli al Fus precedente. Ora può andare a casa? Dietro lacrime di coccodrillo di esponenti delle forze di maggioranza, la verità è che lo smantellamento della cultura, dalla musica alle arti, per non dire della scuola e dell'istruzione, procede pezzo per pezzo.
Ste. Mi.
Pubblicazione: 9-03-2011, Frankfurter Allgemeine Zeitung (scarica in formato pdf)
Sezione: Commenti
Geist und Tourismus
Italien unter Sparzwang lässt die Forschung bluten
Pubblicazione: 6-03-2011, Il Sole 24 Ore (scarica in formato pdf)
Sezione: Commenti
Una vedova che si chiama Cultura
Centocinquant'anni per uno Stato, un popolo, una cultura. Per un'identità nazionale che si riflette nei principi scolpiti sulla nostra Carta. Ma la cultura, al pari della Costituzione, è ormai una vedova nell'Italia del 2011. Perché è morta la politica, e senza politica nessuna energia artistica o scientifica può dispiegare la sua forza propulsiva. Né possono supplirvi le norme costituzionali, quando vengano consegnate anch'esse a un lutto prolungato. In questo caso sono tre, e hanno ricevuto in sorte un triplo tradimento. Riscopriamole, sventoliamole come una bandiera, facciamone il vessillo del nostro anniversario. Magari non servirà a scuotere i partiti, però una bella scossa servirebbe innanzitutto agli italiani. Va bene che ospitiamo sul nostro territorio Santa Romana Chiesa, ma all'estero nessuno si capacita della nostra santa rassegnazione.
Nella Carta del 1947 risuona in primo luogo l'obbligo di proteggere l'ambiente e i beni culturali (articolo 9, comma 2). Obbligo? Diciamo piuttosto convenienza, tornaconto collettivo. Perché il patrimonio storico e artistico è la nostra maggiore ricchezza, perché con 45 siti Unesco vantiamo un record mondiale, perché infine questo primato significa turismo, e dunque soldi freschi nelle nostre casse vuote. O almeno dovrebbe: ma sta di fatto che in trent'anni siamo precipitati dal 1º al 28º posto nella classifica turistica. Colpa dei bilanci in rosso, ripete in coro la politica. Ma in un libro scritto a quattro mani i giornalisti del Corriere della Sera Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo raccontano che nel 2010 abbiamo speso 219 milioni per i vitalizi degli ex parlamentari, e che tale cifra misura più del doppio di quanto incassano ogni anno i siti archeologici e i musei italiani.
Nel frattempo non castighiamo i furti d'arte (fra i 69mila detenuti nelle patrie galere non ce n'è uno che risponda di questo reato). Non sfruttiamo il merchandising (i 43 milioni fatturati nel 2009 dal Metropolitan Museum surclassano da soli tutta l'azienda Italia). E in conclusione ci cresce in testa un gran bernoccolo, per i crolli alla Domus Aurea o per quelli di Pompei.
E l'ambiente? Il codice Urbani del 2004 stabilisce che il patrimonio culturale è la somma dei beni artistici e paesaggistici. Giusto, dato che tutte le vestigia del passato sono pur sempre localizzate in un particolare territorio, e dato che fra cultura e natura s'apre una rete d'assonanze, di riflessi, di allitterazioni. Ma ogni anno sul paesaggio italiano si riversa una colata lavica di 46 milioni di tonnellate di cemento, e a sua volta la politica non perde mai occasione di coniugare il danno al danno. L'ultimo misfatto è il decreto sul fotovoltaico, doppiamente incostituzionale: perché distrugge le energie rinnovabili, con il pretesto di regolarle meglio; e perché offende la certezza del diritto (oltre a bruciare investimenti e posti di lavoro), dal momento che il decreto è retroattivo.
C'è poi, sempre nella nostra maltrattata Carta, una garanzia di libertà per l'arte e per la scienza (articolo 33, comma 1), che significa anzitutto autonomia dalla politica, dai suoi pantagruelici appetiti. Nessun altro Minculpop nella Repubblica italiana, niente più cultura di Stato, disse Concetto Marchesi in Assemblea costituente. Ma che rimane adesso di quest'intenzione normativa, mentre lo spoil system governa i teatri comunali non meno che la Rai, mentre al bastone del censore si è sostituita la carota del finanziamento pubblico, sempre e soltanto per i clienti e per gli amici? Tuttavia almeno loro si dissetano con quel poco che gocciola dai nostri rubinetti, giacché sulla ricerca - per fare un solo esempio - investiamo l'1% del Pil, quando l'obiettivo di Lisbona è il 3 per cento.
Da qui il terzo tradimento della Carta. Tocca l'impegno a promuovere lo sviluppo delle espressioni artistiche e scientifiche (articolo 9, comma 2), e tocca quindi il futuro dell'Italia, dei giovani italiani. No a tagli con il machete, ammonisce il capo dello Stato. No all'abbandono del nostro patrimonio culturale, un patrimonio di memorie antiche e di nuove intelligenze, esorta Italia Futura. No al prosciugamento del Fondo unico per lo spettacolo, aggiungono le associazioni di categoria. Perché se devi stringere la cinghia puoi rinviare il tagliando o il cambio delle gomme alla tua auto, ma non puoi evitare di metterci benzina, altrimenti rimani fermo al palo. E perché il paese non può permettersi un ministro non ministro ai Beni culturali, con le dimissioni di Bondi perennemente appese sul portone. Ridateci un ministro, e soprattutto un ministero.
Michele Ainis
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Pubblicazione: 3-03-2011, Corriere della sera (scarica in formato pdf)
Sezione:
E il prossimo ministro dica l'amara verità
L’ onorevole Sandro Bondi lascia il ministero per i Beni e le attività culturali: della sua uscita nessuno si accorgerà né rimpiangerà la sua dipartita dal Mibac. Buon uomo, come si soleva dire, è stato sempre assente, non solo per la mancanza di un qualsiasi progetto per i beni culturali, ma anche per la sua latitanza fisica: persino i decreti di nomina dei dirigenti gli venivano portati a casa per la firma e, se in tempi estivi, nel suo luogo di vacanza. Unico suo atto che lascia un segno è la decapitazione della dirigenza del ministero con una ingiustificata applicazione della legge Brunetta sui possibili pensionamenti con 40 anni di contributi. Al Mibac ha governato il Capo di gabinetto che, con la sua intraprendenza, ha emarginato anche il sottosegretario Francesco Giro. Bondi ha assistito inerme alla progressiva erosione del bilancio del suo ministero senza battere ciglio, anzi facendosi sbeffeggiare dal suo collega Tremonti; persino il ministro Gelmini è riuscita a farsi valere, almeno ascoltare, non lui. Cosa augurare al nuovo ministro? Anzitutto capire e far capire che il patrimonio culturale in Italia è una struttura portante non solo della nostra storia e dell’identità nazionale, ma della nostra economia; quindi spiegare che gli investimenti in questo settore non sono solo un dovere civile e un impegno di fronte al mondo intero, ma creano benessere e sviluppo, non sono spese improduttive. Ancora, spiegare che beni culturali non sono solo le opere d’arte, i siti archeologici, i monumenti architettonici, ma anche le biblioteche, gli archivi, i grandi istituti culturali che svolgono attività di ricerca e di formazione: i tagli di bilancio anche in questo campo hanno conseguenze disastrose nel medio e lungo termine. Soprattutto il nuovo ministro si renda conto che, per il 2011, l’incidenza del bilancio del Mibac sull’intero bilancio dello Stato è sceso al 0,19%(circa la metà rispetto al 2005, ed era già percentuale risibile); le risorse programmabili nel 2011 per gli interventi di tutela dell’intero patrimonio culturale sono diminuiti del 39%rispetto al 2010. Di fatto l’amministrazione non è in grado in alcun modo di assicurare tale tutela, come ancor di recente ha sottolineato il Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. Quindi si faccia dare dai funzionari una tabella precisa dei bilanci del Mibac negli ultimi anni, comparandoli a quelli degli altri ministeri. Dal confronto vedrà che non è vera l’affermazione attribuita al ministro Tremonti di avere operato tagli orizzontali omogenei. Veda il bilancio del ministero della Difesa, intatto, e si faccia spiegare se è coerente con la generale politica di rigore la dotazione della Marina militare della portaerei Cavour, in servizio dal 10 giugno 2010, costata 2 miliardi, 111 milioni di euro, precisamente un decimo della legge finanziaria; portaerei fin qui priva di aerei perché l’industria americana ne ha per ora fermata la produzione. Domandi ancora di quanto siano state ridotte auto blu e scorte, oggi più di mille nel solo Lazio. Infine il nuovo ministro si faccia dare dagli uffici del Mibac— che oggi ha un Segretario generale di alta professionalità — una mappa del patrimonio a rischio e si renderà conto di quale sia il baratro nel quale stiamo precipitando, mentre il governo ha sul tavolo un decreto legge d’urgenza che, con la motivazione di sveltire procedure e aumentare la competitività, annulla il parere delle Soprintendenze nella fase della gestione e controllo dei vincoli paesaggistici, abbassando fortemente il livello di tutela del patrimonio culturale, così da favorire ogni speculazione privata. Infine pubblichi rapidamente un impietoso documento sulla situazione e distruzione del patrimonio culturale italiano facendone un caso nazionale, anzi internazionale.
TULLIO GREGORY
Pubblicazione: 2-03-2011, il Giornale (scarica in formato pdf)
Sezione:
Bondi scrive al Giornale
Tradito anche dal Pdl
E presto mi dimitterò
Il ministro dei Beni culturali: "Constato che dalla sinistra alla destra di Marcello Veneziani la soddisfazione per le mie dimissioni è unanime. Stiano sereni, presto li accontenterò..."
Egregio direttore, constato che dalla sinistra alla destra di Marcello Veneziani la soddisfazione per le mie dimissioni è unanime. Stiano sereni, presto li accontenterò. Mi permetta, però, di rispondere brevemente a Marcello Veneziani e poi spiegare il perché delle mie dimissioni. All’editorialista del suo quotidiano vorrei dire che non pretendo certo di avere il consenso di tutti, dunque ancor meno il suo che dichiara esplicitamente di non avermi mai apprezzato come ministro né come politico. E questo sinceramente potrebbe essere un complimento per me.
La decisione di dimettermi è innanzitutto una piena e consapevole scelta di vita maturata in secondo luogo dalle difficoltà incontrate. Ho accettato l’incarico di ministro della Cultura perché convinto che su questo terreno si giocava una partita importante se non decisiva dell’identità del centrodestra e della sua capacità di dialogare con tutti gli uomini di cultura. In questo ruolo posso avere fatto degli errori, ma ho realizzato delle riforme importanti e ho imposto una linea alternativa, in senso compiutamente liberale e riformatore, alla politica culturale della sinistra. Purtroppo in questo sforzo non sono stato sostenuto con la necessaria consapevolezza dalla stessa maggioranza di governo e da quei colleghi che avrebbero potuto imprimere insieme a me una svolta nel modo di concepire il rapporto fra stato e cultura in Italia.
E questo mancato sostegno è avvenuto oltretutto nel momento in cui mi sono trovato più in difficoltà, a seguito del crollo di un muro in cemento a Pompei e più colpito dalle iniziative della sinistra, fino alla presentazione di una mozione di sfiducia individuale nei miei confronti, pur non avendo io mai scaricato su altri la responsabilità della mancanza di fondi, che pure è stata l’accusa più frequente rivoltami dalla sinistra. Le vicende del decreto Milleproroghe hanno ulteriormente evidenziato la mia incapacità d mantenere fede agli impegni che avevo preso, e nel richiedere almeno un minimo di coerenza nell’ambito dei provvedimenti riguardanti la cultura. Anche per queste ragioni sono giunto ad una deliberazione definitiva. Il presidente Berlusconi, che non finirò mai di ringraziare anche per avermi scelto quale membro del suo governo nel 2008, sa della mia decisione di lasciare il ministero e affronterà la questione non appena sarà possibile.
Il presidente Berlusconi sa anche che questa decisione, al di là delle considerazioni sopra citate, nasce da una scelta di vita personale e sa anche che non sono mai stato alla ricerca di incarichi né di mostrine, sia politiche che ministeriali. Berlusconi sa che voglio avere più tempo per dedicarmi alla mia famiglia, che intendo svolgere bene l’incarico di senatore e che desidero più di ogni altra cosa continuare a lavorare al suo fianco per cambiare questo Paese. Gli amici di partito sanno perfettamente che il mio impegno non verrà meno, e forse sarà più utile se sarò libero di impegnarmi in quella che sento essere la mia più autentica vocazione, che è il lavoro intellettuale e la militanza intesa come solidarietà e crescita comune.
*Ministro dei Beni culturali
Pubblicazione: 25-02-2011, la Repubblica (scarica in formato pdf)
Sezione:
Salviamo le accademie e gli istituti di cultura
Accademie e istituti di cultura
"Troppi tagli, così chiudiamo
Da 65 anni formano una rete d´eccellenza unica al mondo per la ricerca umanistica nei campi della storia, dell´archeologia e della storia dell´arte. Una comunità scientifica internazionale, composta da 35 istituti ed accademie storiche, 10 italiane e 25 straniere, che dal 1946 realizza in sinergia progetti di ricerca legati al patrimonio culturale della Capitale. Ma in occasione del 150° anniversario dell´Unità d´Italia, l´Unione internazionale degli Istituti di archeologia, storia e storia dell´arte in Roma lancia un «grido d´allarme», preoccupata dai tagli alla cultura del governo.
Tagli che minacciano le attività dei dieci partner capitolini, a cominciare dall´Istituto Storico Italiano per il Medioevo, che rischia di chiudere i battenti. L´Unione stessa è stata uno dei 232 enti culturali che l´ultima Finanziaria ha privato di risorse statali, ma come spiega il suo presidente, e direttore dell´Accademia Belga a Roma, Walter Geerts «gli istituti stranieri possono comunque contare sui fondi stanziati dai paesi d´origine, mentre per quelli italiani il problema è più grave».
A illustrarlo nel dettaglio è il presidente dell´Istituto nazionale di archeologia e Storia dell´arte, Adriano La Regina: «Negli ultimi 3-4 anni i finanziamenti sono stati ridotti del 30 per cento e se ampliamo la prospettiva all´ultimo decennio i tagli arrivano al 60 per cento. In queste condizioni non siamo più in grado di investire sui giovani, non abbiamo più borse di studio».
Sara Grattoggi
Pubblicazione: 15-02-2011, Liberazione (scarica in formato pdf)
Sezione: Cultura
Identità nazionale, quanta retorica. Però si taglia la cultura italiana
Strano paese l'Italia. A centocinquant'anni dal Risorgimento e dall'unificazione siamo ancora qui a dibattere di un'identità nazionale che non si trova, di un paese senza collante simbolico. Nel frattempo 232 tra enti e istituti che rappresentano a tutti gli effetti la cultura italiana rischiano di chiudere per il taglio dei finanziamenti. Nazionalpatriottici finiani e leghisti in preda a rigurgiti prerisorgimentali continuano a farsi la guerra e a occupare la scena, ma della sorte di quegli istituti culturali sono in pochi a preoccuparsene. Nella lista degli enti in pericolo c'è ad esempio l'Istituto storico italiano per il Medioevo, nato - guarda caso - nel 1883, a ridosso dell'unificazione nazionale, in anni in cui «l'Italia per diventare Italia doveva riscrivere la propria storia» e inventare una coscienza nazionale.
Oggi l'Istituto rischia di chiudere. I fatti, in parte, sono noti. La legge di stabilità presentata nello scorso anno dal ministro Tremonti ha cancellato completamente i finanziamenti a 232 istituzioni culturali. Poi, per effetto delle reazioni, il taglio dei fondi viene ridotto del cinquanta per cento, indiscriminatamente per tutti gli istituti coinvolti. «A tutt'oggi, però, la situazione resta incerta - spiega Massimo Miglio, presidente dell'Istituto storico italiano per il Medio Evo - non sappiamo ancora copn esattezza quale sarà l'entitò del finanziamento». «L'Istituto è nato a seguito dell'unità nazionale con la necessità di ripercorrere la storia dei secoli precedenti. Oggi a distanza di centocinquanta anni dall'unificazione rischiamo di chiudere».
Si potrebbe ricordare che i tagli riguardano non solo i 232 istituti, ma anche altri settori della cultura, compreso quello dell'audiovisivo, «ma non è di consolazione». L'Istituto storico italiano per il Medioevo - per la precisione - è un ente pubblico e non economico, il che significa che è tenuto a svolgere le funzioni istituzionali. Ma come, se si tagliano i fondi? «Abbiamo personale di ruolo, poche persone, ma ci sono. Solo l'altro giorno siamo riusciti a pagare la mensilità di gennaio. Quella di febbraio non sappiamo se riusciremo a pagarla. Abbiamo dovuto interrompere tutte le collaborazioni professionali a tempo determinato, riguardanti in gran parte giovani qualificati. Sono dottori di ricerca e dottorandi che avevano acquisito una professionalità. Siamo stati costretti a chiudere la redazione interna che curava le pubblicazioni dell'Istituto».
Non è migliore la sorte dell'altro fiore all'occhiello dell'Istituto, una biblioteca tra le più fornite d'Italia: centomila volumi all'incirca, tra collezioni di fonti, monografie, periodici, volumi a stampa e su supporto digitale. Un patrimonio di valore inestimabile che comprende opere familiari agli studiosi, dai Monumenta Germania Historica alle collane della Fondazione del Centro italiano di studi sull'Alto Medioevo, dalle Antiquitates Italicae Medii Aevi ai Rerum Italicarum Sciptores di Ludovico Antonio Muratori, dalla Patrologia Latina e Graeca del Migne al Corpus statutorum Italicorum. «Purtroppo da molti anni non siamo in condizione di aggiornare la biblioteca per mancanza di fondi».
Nel 2010 l'Istituto ha ricevuto centonovantamila euro - una cifra già di per sé corrispondente alla metà di quanto percepito nel 2001. «Con questi fondi dobbiamo pagare il personale di ruolo, gli affitti della sede di proprietà del comune di Roma, le bollette della luce e dei telefoni». Nel 2011, stando alle voci che circolano, «riceveremo 199 mila euro ridotti del 18 per cento, circa 154mila euro. Una cifra ben al di sotto del costo del solo personale di ruolo». Non solo, «si sono chiuse anche le forme di finanziamento collaterali. In passato riuscivamo a ottenere qualcosa per la biblioteca o per iniziative editoriali dal Ministero dei beni culturali, da cui noi dipendiamo. Ora questo canale si è prosciugato. Ci dicono di cercare sponsorizzazioni. Ma chi può ambire a fare da sponsor a un Istituto di nicchia come il nostro? Del resto, oggi in Italia non ci sono incentivi alle sponsorizzazioni, almeno finché non si procede a defiscalizzare».
Istituto di nicchia sì, ma con i conti in regola. «La vendita delle pubblicazioni - ci tiene a precisare Miglio - è stata superiore, o pari in qualche anno, al contributo annuale ricevuto. In media, il sessanta per cento del costo di ogni volume pubblicato è coperto da finanziamenti o sponsorizzazioni».
di Tonino Bucci
Pubblicazione: 7-02-2011, La Voce della Russia (scarica in formato pdf)
Sezione:
Il volto della cultura italiana non puo’ essere deturpato
Ai nostri microfoni ritorna il professor Serghej Karpov, decano della Facolta’ di storia dell’Universita’ Lomonosov di Mosca per parlare dei progetti per il 2011 e degli scambi scientifici con l’Italia che nel suo caso risalgano agli anni ’70:
Come studioso mi occupo di storia bizantina e questa scelta fu condizionata sin dall’inizio dall’idea di trovare un campo meno coltivato. Certo le fonti greche possono essere studiate all’infinito, ma comunque molte di esse sono ben conosciute.
Mentre lavorava al master su Trebisonda veniva per l’appunto alla luce quella che potremmo definire la pista italiana. Si incominciarono a studiare le fonti sugli empori aperti dagli italiani sulle coste anatoliche del Mar Nero dopo il sacco crociato di Constantinopoli. Fu necessario quindi imparare l’italiano e meno male che lo facilitava la conoscenza del latino.
Ed ebbi fortuna. Fu uno dei primissimi a guadagnare una borsa di studio del governo italiano. Era il 1977. Andai a Venezia e Genova ed ebbi come guida scientifica il celebre Agostino Pertusi. Poi fu la volta di Geo Pistarino dell’Universita’ di Genova.
Incominciai a studiare le fonti negli archivi. Scoprii che per la storia del Mar Nero bisognava lavorare negli archivi di Venezia, Genova e in misura minore, del Vaticano. Da allora nei limiti delle possibilita’, ho cercato di ritornarvi ogni anno, perche’ gli archivi sono senza fondo.
Adesso abbiamo realizzato una grossa data base su questi archivi. Emerge non solo la presenza italiana sul Mar Nero e il significato che ebbero la colonizzazione , i commerci e gli scambi culturali. Questi diversi aspetti venivano a formare un unico strato dove si fondevano Bisanzio,l’Antica Rus e l’Italia, da considerare a sua volta alla luce del mondo orientale, e dei traffici con la Persia e l’Orda d’oro.
E qui il professor Karpov passa all’illustrazione di un nuovo grande progetto.
In Italia vi sono numerosi istituti scientifici di vari paesi. A Venezia per esempio c’e’ l’Istituto greco la’ dove esisteva San Giorgio dei Greci. C’e’ inoltre l’Istituto Francese, a Roma c’e’ l’Istituto belga, l’Istituto romeno e finanche quello georgiano. E’ altamente positivo che l’Italia offra queste opportunita’ di lavoro intellettuale, non per niente l’Italia appartiene al mondo e continua ad essere il massimo centro della civilta’ umana.
Penso che bisognerebbe ridare vita alle tradizioni e fondare a Venezia una filiale dell’Istituto storico della Russia, ove i nostri giovani possano studiare l’arte dell’Italia, i suoi archivi e quel patrimonio comune che lega i nostri due paesi.
A questo Istituto stanno lavorando l’Accademia delle scienze, l’Universita’ Lomonosov, la Chiesa russa ortodossa e la Societa’ ortodossa di Palestina. Sono coinvolte dunque diverse organizzazioni e attualmente stiamo affrontando il tema dei finanziamenti.
Pensiamo ad una forma di borse di studio in grado di permettere agli studiosi russi di lavorare serenamente senza rincorrere altre borse di studio.
Abbiamo l’ottimo esempio del College Universitaire che funziona da noi molto bene, ove gli studenti ottengono due lauree, una francese e l’altra russa, la laurea dell’Universita’ Lomonosov, una delle migliori di tutta la Russia.
Vorrei fare qualcosa del genere con l’Italia. A questo proposito desidero esprimere la mia solidarieta’ ai colleghi italiani che colpiti dalla crisi economica vedono chiudersi istituti di grande rilievo.
A Roma per esempio l’Istituto storico italiano per il Medio evo si trova sull’orlo della chiusura per mancanza di finanziamenti. Tutta la comunita’ internazionale e’ con loro. Si tratta per l’Italia di un biglietto da visita altamente prestigioso.
Noi aderiamo a questa campagna di solidarieta’. Si tratta di valori che devono essere difesi. Non si tratta soltanto della pubblicazione di fonti storiche e di un patrimonio ineusaribile. Ma il volto della cultura italiana non puo’ essere deturpato.
Sulle prospettive dell’anno degli interscambi culturali vi parleremo nella terza parte dell’intervista concessa a La Voce della Russia dal decano della Facolta’ di storia dell’Universita’ Statale di Mosca.
Alla prossima! Sono stati con voi Anna Gromova e Aurelio Montingelli.
Pubblicazione: 5-02-2011, Il secolo d'Italia (scarica in formato pdf)
Sezione:
Caro ministro Bondi, se il medioevo non si mangia ...
In più occasioni pubbliche, di fronte a docenti o a quelli che con bislacca espressione siamo abituati a definire "operatori culturali", il ministro Sandro Bondi ha solennemente assicurato di avere a cuore il problema della ricerca scientifica in Italia e promesso che si sarebbe impegnato con tutto se stesso per impedire tagli finanziari di entità tale da comprometterne lo sviluppo in Italia.
Erano balle, ciance, aria fritta. Bondi, non meno che "madame" Gelmini e il resto della componente ministeriale, altro non hanno fatto se non cedere alla brutale lucidità di Tremonti, secondo il quale «la cultura non si mangia». Sembra che governo e maggioranza si preoccupino molto del ridicolo nel quale il nostro paese sta affondando all'estero dopo gli sviluppi degli scandali che hanno visto ancora una volta Berlusconi al centro di una poco invidiabile attenzione mediatica: e ne attribuiscano la responsabilità a magistratura e opposizioni, che avrebbero "portato in piazza" gli affari privati del premier.
Come se non fosse lui per primo che, da più di un quindicennio, ci va deliziando con le notizie riguardanti le sue avventure e le sue performance di straricco dongiovanni brianzolo: convinto com'è - e, purtroppo, non a torto - che queste storie da postribolo portino in Italia voti e popolarità. Sarebbe forse allora il caso che chi ha il discutibile onore di essere ammesso alle corti di Arcore o di Palazzo Grazioli, e al tempo stesso ricopre funzioni ministeriali che rischiano di naufragare a causa dei "tagli" imposti dalla Finanziaria, chiedesse al suo generoso presidente una qualche regalìa del tipo concesso alle varie Ruby o Colette.
In fondo, per dire, l'Istituto Storico Italiano per il Medio Evo - che non è un semplice istituto di cultura che svolga più o meno meritoria attività esornativa, bensì un'istituzione che vanta 130 anni di vita e che può vantare un grosso fatturato editoriale e una delle più belle biblioteche di Roma - si è visto ridimensionare a causa della Finanziaria il contributo pubblico che lo Stato gli deve da 190 a 157mila euro. Cioè un quarto della cifra minima che gli è indispensabile per sopravvivere non già - attenzione! - facendo attività di ricerca, come sarebbe sua doverosa funzione, bensì semplicemente pagando affitti e bollette oltre allo stipendio annuo a cinque dipendenti pubblici che prestano servizio nella sua sede storica di Palazzo Borromini. Insomma, signor ministro, per far quadrare il nostro bilancio di quest'anno, consentire a molti studiosi di proseguire le loro ricerche e pagare cinque stipendi, ci basterebbero 47mila euro in più. Molti, certo. Con tale cifra, nel Bel Paese, una famiglia di quattro persone ci campa quattro anni. Ma meno di un decimo di quanto miss Ruby Rubacuori chiede per far tacere la sua preziosa boccuccia. E un settimo di quanto il premier si compiace di donare "di tasca sua" in una volta sola come graziosa elargizione per consentire a una fortunata fanciulla che sia nelle sue grazie di proseguire gli studi (ci piacerebbe sapere con precisione in quale disciplina).
Il governo attuale, in un momento difficile come pochi nella storia del nostro paese, si sta d'altronde preparando - lo ha dichiarato più volte, eroicamente paludato nelle sue predilette uniformi paramilitari, il prode ministro La Russa - a impegnare fior di milioni in spese militari da buttare nei pozzi senza fondo iracheno e afghano, dai quali lo stesso Obama non sa come far a uscire. Intanto, uccide la scuola e l'università, umilia la ricerca e il pubblico impiego. E, se in qualche modo gli operai, quando vedono calpestati i loro diritti e vilipesa la loro immagine professionale, hanno possibilità almeno di farsi sentire, i poveri "colletti bianchi" sono in cambio corvéables à merci. Chissenefrega se una bibliotecaria magari con marito disoccupato e figli a carico perde il suo lavoro, in un'Italia i cui giovani affinano quotidianamente l'eleganza della loro loquela ispirandosi al Grande Fratello, mentre le famigliole amano trascorrere istruttivi pomeriggi festivi infilandosi nei centri commerciali? Certo, «la cultura non si mangia». Peccato soltanto che, ad esempio, i bilanci del Louvre, della National Gallery, del Prado di Madrid e dei Musei Vaticani - opportunamente sostenuti dalla politica dei rispettivi governi - parlino un linguaggio del tutto diverso, quello della cultura come risorsa che fa fare soldi e arreca prestigio.
Prestigio, signor ministro, significa anche essere rispettati all'estero: e in questo momento abbiamo bisogno più di quello che dei soldi. Si degni di scorrere il Dossier che l'Istituto Storico le ha fatto avere, e nel quale figurano le proteste dei più prestigiosi istituti culturali europei dinanzi alla prospettiva che Palazzo Borromini chiuda i battenti. O sono, anche quelle, tutte calunnie architettate dalla solita sinistra?
Franco Cardini
Pubblicazione: 3-02-2011, Agenzia Parlamentare (scarica in formato pdf)
Sezione:
Cultura: in arrivo 2 milioni di euro per il medioevo
(AGENPARL) - Roma, 02 feb - La Camera approva la proposta di legge che stanzia due milioni di euro in tre anni per i quattro principali istituti di ricerca sul medioevo italiano ed europeo: Sismel, Fondazione Ezio Franceschini, l'Istituto storico italiano per il medioevo e la Fondazione Centro italiano di studi sull'alto medioevo, che ha sede a Spoleto. La proposta iniziale, a firma dell'on. Emerenzio Barbieri (Pdl), prevedeva il finanziamento solo per la Sismel. Il testo uscito fuori dalla commisisone Cultura invece, nato dalla collaborazione con le opposizioni, estende i contributi anche agli altri tre istituti.
La Sismel è una società senza scopo di lucro, nata per riunire tutti gli studiosi di cultura medievale che da soli non avrebbero avuto la giusta valorizzazione, e nel tempo ha conseguito una solida rilevanza nel mondo scientifico italiano e internazionale. Ne sono soci studiosi e docenti, oltre a numerosi esponenti stranieri esperti in studi medievali. Essa collabora con le università di Bari, Bologna, Genova, Lecce, Milano, Siena, e, fuori d’Italia, con quelle della Gran Bretagna, della Germania, della Francia, del Portogallo, dell'India, della Spagna e della Svizzera. Promuove e organizza corsi post - universitari e seminari in sede o in varie parti del mondo. Ultimamente sta procedendo ad un importante processo di informativizzazione così da rendere facilmente reperiribile l'intero archivio. Comprende anche una casa editrice, Edizioni del Galluzzo, e realizza un importante bollettino bibliografico annuale, denominato Medioevo latino, pubblicato dal 1980 e fondamentale per tutti gli studiosi della materia. Tutte queste importanti attività sono state possibili grazie ai finanziamenti ricevuti dal Consiglio nazionale delle ricerche, dal Ministero dell’istruzione, dalla regione Toscana e da altri enti pubblici e privati, nonché attraverso i contributi della tabella del Ministero per i beni e le attività culturali.
Di seguito la video intervista dell'AgenParl a Emerenzio Barbieri (Pdl), primo firmatario della proposta, e Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in Commissione Cultura.
Manuela Lisi
Pubblicazione: 3-02-2011, il Velino (scarica in formato pdf)
Sezione:
Storia, Isime: Con i tagli al bilancio non arriveremo al 2012
Roma, 3 feb (Il Velino) - La decurtazione del finanziamento pubblico all'Istituto storico italiano per il Medioevo "è l'ennesimo taglio da macelleria inferto dal governo alla cultura". Lo denuncia il senatore del Pd Vincenzo Vita nella conferenza stampa organizzata a Palazzo Madama assieme al collega di partito Roberto Della Seta per fare il punto sullo stato di salute dell'Isime. L'istituto, fondato nel 1883 e presieduto da Massimo Miglio, è a rischio chiusura. Per il 2011 il contributo pubblico passerà da 190 mila a 157 mila euro, insufficiente a pagare gli stipendi del personale, l'affitto e le utenze. Né, sottolineano i due esponenti del Pd, potrà migliorare la situazione l'approvazione ieri alla Camera della proposta di legge 2774, che concede dal 2012 una serie di contributi per il finanziamento della ricerca sulla storia e sulla cultura del Medioevo italiano ed europeo (all'Isime andrebbero 500 mila euro). "La buona notizia dell'approvazione con voto bipartisan è mitigata da tre problemi - evidenzia Della Seta -: innanzitutto per diventare legge deve passare al Senato e vista l'incertezza politica di queste settimane è impossibile fare previsioni sui tempi. Inoltre, l'Isime ha un problema immediato, di spese fisse, di vita quotidiana, che mette a repentaglio la sopravvivenza fino al 2012. Infine il finanziamento del 2012 è soggetto all'annuale legge di bilancio e il rischio è che alla fine arrivi una considerevole sforbiciata ai 500 mila euro previsti".
Per Vita il colpo inferto all'Isime conferma che "il tratto connotativo di questo governo è anticulturale. La vicenda rientra nel problema più generale che riguarda gli istituti culturali pubblici e non pubblici che hanno visto tagliate le risorse statali". Si tratta di un "fatto di una gravità inaudita" perché, ha aggiunto il senatore democratico facendo riferimento al caso Ruby,"il risparmio per la cosa pubblica è minimo, minore delle spese di qualche seratina...". Vita ha sottolineato che la situazione può essere cambiata "con l'approvazione di due emendamenti al decreto Milleproroghe che puntano a eliminare il taglio lineare del 50 per cento agli istituti culturali".
Il presidente dell'Isime conferma che l'ultima ancora di salvezza è l'approvazione di emendamenti. "Non arriveremo ai 500 mila euro del 2012 se venisse confermato il taglio ai contributi per il 2011: l'Istituto ha un problema di sopravvivenza immediata - spiega Miglio -. Dall'inizio dell'anno abbiamo dovuto già cancellare sei collaborazioni di lavoratori professionali. Inoltre cinque persone non hanno ricevuto la retribuzione di gennaio e rischiano di non prendere neppure quella di febbraio". L'Isime, sottolinea Miglio, "è un ente utile che produce cultura e lavoro. Se ci viene tolta la base per sopravvivere non arriveremo a ottenere neppure le sponsorizzazioni". Il presidente dell'Istituto ricorda che "la nostra ragione di vita è fare ricerca, ma senza una programmazione per lo meno biennale diventa impossibile". Alla conferenza hanno partecipato anche i rappresentanti di istituzioni culturali europee che collaborano con l'Isime. Michel Gras (direttore dell'Ecole francaise de Rome), Michael Matheus (direttore dell'Istituto Storico Germanico di Roma) e Ricardo Olmos (direttore della Scuola spagnola di Storia e Archeologia di Roma), hanno espresso la propria preoccupazione per le conseguenze per la scienza internazionale derivanti dai tagli al bilancio dei centri di ricerca e di cultura in Italia.
Pubblicazione: 3-02-2011, Avvenire (scarica in formato pdf)
Sezione:
Studi medievali: legge passa
alla Camera ma resta incognita 2011
L'istituto storico italiano per il Medioevo avrà i necessari finanziamenti per il proseguimento dell'attività scientifica. Soltanto, però, a partire dall'aprile del 2012. E sempre che la legge approvata ieri dalla Camera (con la quale vengono finanziati anche la Società internazionale per lo studio del medioevo latino, la Fondazione Ezio Franceschini e Centro italiano di studi sull'alto Medioevo), abbia uguale sorte anche al Senato. Resta l'allarme, lanciato la settimana scorsa da "Avvenire", relativo al 2011. Allarme che ieri il presidente dell'Istituto Massimo Miglio ha ribadito in una audizione presso la Commissione cultura del Senato, e che verrà rilanciato questo pomeriggio alle 14,30 in una conferenza stampa a Palazzo Madama. "Con i 500 mila euro annui che promette dal 2012 il testo di legge varato dalla Camera risolveremo tutti i nostri problemi e potremo fare altro ancora. A gennaio, però, non abbiamo potuto pagare gli stipendi e non abbiamo alcuna certezza sul finanziamento che i Beni culturali devono fornirci per l'anno in corso", ha spiegato Miglio, ricevendo piena solidarietà dai membri della Commissione, di entrambi gli schieramenti. Tempo fa il sottosegr etario Francesco Giro aveva annunciato che nel 2011 il Ministero avrebbe corrisposto agli enti culturali le stesse cifre del 2010 decurtate del 10%. "Parole che - ha detto il presidente - non hanno avuto riscontro dell'ufficialità, senza considerare che quella cifra non copre le spese vive". (R. Zan.)
Pubblicazione: 3-02-2011, La Repubblica (scarica in formato pdf)
Sezione:
STORIA MEDIEVALE, L'ALLARME DEGLI ISTITUTI
"SENZA FONDI RISCHIAMO LA CHIUSURA"
ROMA - E' passato ieri alla Camera il disegno di legge che prevede nuovi stanziamenti per lo studio della storia medievale, ma rimane molto critica la condizione complessiva degli istituti culturali. Oggi il presidente dell'Istituto storico per il Medioevo, Massimo Miglio, non rinuncia alla conferenza stampa in Senato alle 14 per denunciare il rischio della chiusura: in attesa che la legge passi al Senato, non bastano le risorse per coprire le spese fisse di funzionamento. Ma il nuovo contributo per la storia medioevale non risolve certo i problemi degli altri enti culturali, forternente penalizzati dai tagli dei finanziamenti. "Una speranza - dice Lucia Zannino, vicepresidente dell'associazione che raccoglie gli istituti - arriva dal ministro Bondi, che ha annunciato che ridimensionerà i tagli del 2011 dal 50 al 16 per cento. Ora bisogna attendere che la parola del ministro si traduca in atti concreti".
Pubblicazione: 3-02-2011, La Nazione (scarica in formato pdf)
Sezione: Cultura e società
Danno un taglio al Medioevo
Drastico calo dei contributi. A rischio l'attività del prestigioso istituto storico
E' ALLARME tra gli storici e gli appassionati del Medioevo. Infatti, l'Istituto storico per la storia del Medioevo rischia grosso. I tagli ai fondi mettono a repentaglio la vita della prestigiosa istituzione statale. II contributo pubblico, nel 2011, scende da 190mila a 157mila euro. Un colpo durissimo come denuncia il presidente dell'Istituto, professor Massimo Miglio e come scrive nell'articolo che pubblichiamo qui sotto il professor Franco Cardini. Grave danno all'attività culturale, ovviamente, ma anche preziosi posti di lavoro persi. In realtà una soluzione si intravede all'orizzonte, ma i tempi lasciano tutta la vicenda ancora estremamente incerta. Sostiene Francesco Giro, sottosegretario ai Beni culturali, che l'Istituto avrà (cosi come altri enti importanti pubblici) un contributo di ben 500mila euro. Il problema, però, come spiegano sia Miglio che il senatore del Partito democratico Roberto Della Seta, è che i finanziamenti arriveranno solo a partire da aprile 2012, lasciando un rischioso problema di sopravvivenza per più di un anno. L'approvazione, infatti, è in prima lettura e occorrerà vedere quando verrà approvato il disegno di legge. L'opposizione, ovviamente, non contesta il provvedimento, ma chiede soluzioni pia immediate. Per salvare l'ente e i posti di lavoro.
ALLORA: vogliamo o no cominciar sul serio a celebrarlo, questo Centocinquantesimo dell'unita? In casi come questi, si parte sempre dalla storia e dai simboli. Pensiamo dunque alle cattedrali, ai palazzo pubblici; ma anche – come hanno fatto Verdi e Carducci prima della Lega – alla battaglia di Legnano; o magari ai Vespri Siciliani, o al Palio di Siena, o a una delle tante feste che riempiono le nostre città di balestrieri e di sbandieratori.
Insomma, da qualunque parte ci si giri, la nostra storia e il nostro folklore ci parlano di medioevo: che d'altronde si sta presentando come un ricco business, che trionfa perfino nei "giochi di ruolo".
EPPURE, la ricerca storica relativa a quel periodo ch'è una così fiorente gloria del paese sta per essere compromessa per decisione ministeriale, in seguito ai "tagli" sui contributi pubblici tabellari imposti dalla Finanziaria.
Ora, non è certo una novità che il Ministro Tremonti abbia infierito su tutti gli aspetti della nostra vita intellettuale e artistica. Ma, quando si parla – poco – di spese per la cultura, in genere si dà la precedenza al cinema e al teatro: e magari ci si ferma lì.
Il punto è che nel nostro paese esiste si può dire fin dall'avvio dell'unità nazionale una Giunta Centrale per gli Studi Storici, che coordina le ricerche di tale settore svolgendo un'attività promozionale di varia natura dislocata in vari Istituti (per l'Età Antica, per il Medioevo e così via). Prendiamo l'Istituto Italiano del Medio Evo, con sede a Roma nel prestigioso Palazzo Borromini. Un'istituzione pubblica (non un semplice, quanto si voglia benemerito, "istituto di cultura"), che vive, tiene aperta una scuola specialistica, pubblica libri che vengono acquistati anche all'estero, possiede un'imponente biblioteca: il tutto con un bilancio di meno di 200.000 euri, che i recenti "tagli" hanno ridotto di circa il 25%.
L'Istituto svolge la sua attività pubblica grazie al duro lavoro di appena cinque funzionari, pagati (poco e male) dallo Stato. Ma il governo attuale non aveva il diritto di ridurre il suo contribute a dimensioni che impediscono le funzioni di una realtà che appartiene a tutti: quei "tagli" non potevano in quello specifico caso essere applicati. Punto e basta.
CHE COSA credete che sia successo? Inciucio all'italiana. II Ministero ammette l'errore, ma i suoi dirigenti si rifiutano di documentarlo fornendone una valutazione quantitativa: che sarebbe essenziale per ottenere un fido bancario. Il "tengo famiglia" di un qualche mammasantissima ministeriale che non vuol rischiare conseguenze che sarebbero comunque irrilevanti lascia senza i dovuti mezzi di sussistenza cinque famiglie. E il signor Ministro? Nulla: come se fosse stato sepolto dal crollo di un muro di Pompei.
Pubblicazione: 3-02-2011, L'Unità (scarica in formato pdf)
Sezione: Culture
Cultura a pezzi
La tagliola del governo si abbatte anche
sull'Istituto del Medioevo
II Medioevo? Al governo non interessa: ha tagliato ulteriormente i fondi, negando all'istituto di sostenere le spese per il suo funzionamento. E' l'ennesimo esempio di come venga mortificata l'eccellenza italiana.
Ora tocca anche al Medioevo: uno dei nostri più prestigiosi istituti culturali, l'Istituto Storico Italiano per il Medioevo (Isime) rischia la chiusura a causa dei tagli inopinati effettuati dal governo per mano del suo illustre ministro delle finanze Giulio Tremonti, mentre quello dei Beni Culturali Sandro Bondi fa orecchie da mercante non rispondendo neppure alle accorate lettere dei rappresentanti dell'istituto.
E' l'ennesimo tassello di una strategia ad ampio raggio, che mira all'azzeramento della cultura nel nostro paese, con la menzognera scusante dei tagli orizzontali originale dalla crisi economica, che coinvolgono i beni artisti, archeologici, il restauro, la conservazione.
Tra il tragico e il grottesco, nell'affaire dell'Isime nulla sembra al posto suo: colpisce subito la miserevole cifra che il governorisparmia, appena 30 mila euro. A fronte di un contributo che negli ultimi anni ha oscillato tra i 200 mila e i 180 mila euro, nel 2011 i fondi statali scendono a 157 mila euro. Non bastano neppure al mero funzionamento - stipendi del ridottissimo personale, alle bollette e cosi via - di un Istituto di indiscusso prestigio, con cui hanno collaborato i maggiori medievisti da oltre cento anni a questa parte.
ACCETTA DI STATO
Merita ricordare tra gli altri il filologo Aurelio Roncaglia, lo storico Jacques Le Goff, il musicologo Nino Pirrotta: mostrano con le loro più diverse specializzazioni come l'Isime sia da sempre un vero progetto culturale ad ampio spettro e con la loro eccellenza l'altissimo livello degli obiettivi niente affatto generici. L'Isime infatti è uno dei tanti istituti culturali che non può essere scambiato per uno stipendificio: ne fanno testimonianza le attivita attuali -sotto la guida del presidente Massimo Miglio, con Franco Cardini, Salvatore Fodale, Giorgio Inglese - con la pubblicazione di decine e decine di volumi ogni anno - 15 solo nel 2010 -, corsi di aggiornamento, seminari, attività divulgative. Un prestigio nazionale e internazionale indiscusso, ribadito peraltro dai cospicui contributi privati che l'Isime riesce a raccogliere, chiudendo oramai da tempo i suoi bilanci oltre il mezzo mihone di euro l'anno. I privati, è noto, sono disposti a sorreggere i progetti e le attività di un istituto culturale ma non il suo funzionamento: per risparmiare quei miseri 30 mila euro, il nostro paese viene a perdere molto di più. Oltretutto questo taglio appare indebito anche da un punto di vista squisitamente amministrativo: l'Isime infatti è un'istituzione pubblica e non privata e dunque il suo funziona mento dovrebbe essere garantito dallo Stato. Alle ripetute lettere che Miglio, presidente dell'Istituto, ha inviato al ministro, Bondi non ha sentito neppure l'esigenza di rispondere, mostrando così tutto il suo disprezzo, tanto da costringere l'Isime a presentare un ricorso alla Corte dei Conti contro questo taglio - l'intera vicenda, corrispondenza inclusa, è illustrata in un interessantissimo opuscolo dal titolo «Medioevo Negato» (scaricabile da www.isime.it). Per la situazione gravissima dell'Isime oggi alle 14 si terrà una conferenza stampa pubblica organizzata dall'onorevole del Pd Roberto Della Seta nella Sala Nassiriya del Senato: parleranno Miglio e alcuni suoi colleghi di istituzioni straniere, come l'Istituto Storico Germanico i cui finanziamenti pubblici ammontano a dieci volte quanto l'Isime abbia mai ottenuto dallo Stato.
Fondato nel 1883, con il contributo di Ernesto Monaci, quando l'Italia da ."bordello" dantesco cercava faticosamente di farsi Stato anche attraverso lo studio della sua storia e della storia europea, l'Isime emblematicamente rischia di chiudere proprio nell'anniversario dell'Unità, dopo i crolli di Pompei, l'allagamento del sito preistorico di Nola, il progressivo disfacimento delle necropoli rupestri di Viterbo. Nel frattempo rischia il crollo la chiesa di San Francesco a Ripa grande a Roma che ospita la statua del Bernini della Beata Ludovica, mentre sono a rischio chiusura Accademie prestigiose come la Crusca e il Contemporary Art Museum di Casoria, anch'esso a in coma, chiede asilo culturale alla Germania.
Insomma, la preistoria, le antichità classiche, il medioevo, il barocco di Bernini, la modernità della lingua, la contemporaneità: nulla sfugge alla mano di questo governo, alla sua furia devastatrice, mentre il paese, non metaforicamente, si appresta a tornare un "bordello" dantesco.
Luca Del FraPubblicazione: 2-02-2011, Il Fatto quotidiano (scarica in formato pdf)
Sezione: Secondo tempo
Tagli culturali
Il Medioevo non piace al poeta Bondi
Taglio di fondi all'Istituto storico, che dovrà rinunciare ai suoi cinque dipendenti
Franco Cardini: inaudito, ho pensato addirittura allo sciopero della fame
L'allarme è stato lanciato dal presidente dell'Istituto storico per il Medioevo, lo studioso Massimo Miglio e da Franco Cardini, docente di Storia, corsaro della cultura italica ed esperto proprio di quel periodo dal quale si fanno discendere tanti degli accadimenti dell'Italia di oggi. Grazie al pasticcio della Finanziaria varata qualche settimana fa da un governo a sua volta pasticciato, questa istituzione culturale pubblica, 150 anni di vita, si è vista già decurtare il contributo pubblico da 190 a 157 mila euro. Con 157 mila euro, l'Istituto sarà costretto a decidere: sotto-pagare gli stipendi annui dei cinque dipendenti? Oppure pagare le bollette e l'affitto al Comune di Roma? Oppure, drasticamente, chiudere bottega e basta. Con il contributo finanziario falcidiato, non si arriva alla somma necessaria per i cinque stipendi nei dodici mesi. Ma solo ai denari per accendere la luce, avviare i computer, riscaldare (poco) la sede nel cuore storico di Roma, completare alcune pubblicazioni scientifiche ormai quasi in fase di stampa.
Risultato immediato: il taglio dei dipendenti dell'Istituto (presidente e membri del direttivo insegnano in vari atenei e nell'istituto lavorano a titolo completamente gratuito). Dipendenti per i quale i denari per gli stipendi non ci saranno più. Subito dopo, toccherà alla ricerca, alle pubblicazioni, alla scuola di formazione. E, infine, alla bellissima biblioteca che non si arricchirà nemmeno di una pagina. Non solo. Questi tagli rischiano di essere solo i primi di una lunga serie di colpi di accetta che sfoltiranno i fondi ancora di più. Nel giro di pochi mesi. Soprattutto, nel disinteresse più diffuso. Normale, anzi sacrosanto, che al secondo piano di piazza dell'Orologio, a Roma, si vivano momenti di apprensione. E di rabbia. Contenuta, dignitosa: comunque palpabilissima.
La stessa che manifesta lo stesso Cardini, disposto "a compiere anche un gesto clamoroso di protesta. Perché il licenziamento dei cinque funzionari dell'istituto vuol dire ovviamente metterli in mezzo a una strada e questo è inaccettabile. Poi, c'è il nostro lavoro di ricerca. Vogliamo dirlo? Preparare di fatto la chiusura dell'istituto per il Medioevo proprio nei mesi di ricorrenza dei 150 anni dell'Unità d'Italia, è uno schiaffo e un'umiliazione per tutti gli italiani". Ma Cardini -che i tedeschi definirebbero "Querdenker", ovvero pensatore trasversale, fuori dagli schemi - va oltre: "Ho anche pensato allo sciopero della fame, anche se da cattolico avrei dei limiti per farlo. E oltre tutto sarebbe una sorta di ricatto verso le istituzioni. Del resto non è possible che il governo e il ministero dei Beni culturali confondano realtà dalle attività sconosciute con un Istituto come quello del Medioevo, che è statale, così come sono i cinque dipendenti che rischiano di andare a spasso...”.
Tutto, o quasi, aggiunge il medievista fiorentino, è nelle mani "di un certo dottor Fallace, direttore generale del MIBAC. Giudico impensabile che questo signore non si assuma la responsabilità, molto relativa del resto, di quantificare i contributi per il nostro istituto e dunque salvarne la sopravvivenza. Se ci tagliano i fondi per la biblioteca, per la ricerca, i danni saranno enormi ma queste cose aberranti un governo le può anche decidere. Salvo assumersene, ovviamente, tutta la responsabilità. Ma licenziare cinque propri dipendenti, no, lo Stato proprio non deve poterselo permettere".
Anche in questo periodo, in cui si parla molto di presunte nipotine di leader politici egiziani, Franco Cardini ha l'ottica e l'approccio dello storico: "Eh già, guardiamo alle esasperazioni sociali e a quanto sta accadendo al Cairo, ma non solo. Siamo sicuri che, anche sul piano delle emergenze e dei tagli culturali, in Italia non si viva un disagio altrettanto pesante? E almeno in Egitto si muove il Paese reale, da noi si parla soprattutto di prostitute e di chi sborsa le le somme per averle, altrimenti...". A proposito di denari, la cultura paga, in Italia, secondo Franco Cardini "Guardi, da noi qualcuno ipotizza addirittura parchi a tema dedicati alla storia, Medioevo compreso. Non ne voglio neanche parlare: assurdità e stupidaggini vere e proprie. Qualcuno ha attribuito (magari lo ha detto davvero), al ministro Tremonti la frase secondo la quale con la cultura non si mangia. La cultura costa, ma l'incultura costa di più, sostiene l'ex assessore romano Umberto Croppi, citando un certo Pablo Neruda. E lei Cardini? "Lo ha detto chiaramente, con un ragionamento come sempre impeccabile, Umberto Eco. Ed io aggiungo: turisti, viaggiatori, studenti, studiosi vengono in Italia per studiare la nostra storia e la nostra cultura. Non mangiano? Non dormono? Non acquistano libri, biglietti di ingresso ai musei? Non portano, dunque, denaro che spendono da noi? Per non parlare del confronto tra persone, giovani soprattutto, di lingue differenti. E dagli approcci culturali, politici, religiosi anche molto distanti l'uno dall'altro". Torniamo al destino dell'Istituto storico per il Medioevo. "Naturalmente teniamo aperta una porta alla possibilità di un ripensamento ministeriale", conclude il presidente Massimo Miglio, "perché non possiamo credere che un istituto storico pubblico (non una realtà privata più o meno seria, ndr) debba subìre un declino rapido e poi...". In attesa di contatti con i parlamentari che di Cultura si occupano, l'Istituto continua a ricevere attestati di vicinanza. Dalle università tedesche (in primo piano la berlinese Humboldt), francesi e di altri Paesi. Si muovono anche gli istituti di cultura stranieri in Italia. Che si chiedono all'unisono: "Quando l'Istituto storico per il Medioevo non ci sarà più, con chi altri potremo far dialogare i nostri Paesi e l'Italia?".
Giancarlo Riccio
Pubblicazione: 2-02-2011, Corriere della sera (scarica in formato pdf)
Sezione:
La denuncia
Tagli ai finanziamenti
L'Istituto per il Medioevo "rischia la chiusura"
È allarme all'Istituto storico per il Medioevo, creato nel 1883, cui si devono collane di prestigio come le Fonti per Ia storia d'Italia e le Fonti per la storia dell'Italia medievale. «Nei fatti — dichiara il presidente Massimo Miglio (nella foto) — siamo un "ente utile", che riesce a produrre cultura e reddito. II nostro timore è di venire ridotti a "inutili" per legge». II problema deriva dalla decurtazione dei fondi alla cultura decisa dal governo, per cui il contributo all'Istituto per il Medioevo nel 2011 scenderà da 190 mila a 157 mila euro. In questo modo l'ente, denuncia il senatore del Partito democratico Roberto Della Seta, non sarà in grado di coprire neppure le spese fisse: stipendi, canone d'affitto e relative utenze. In sostanza l'Istituto è sull'orlo della chiusura. «Una situazione paradossale, per Ia scarsa entità del taglio rispetto al danno». Per dare voce alla preoccupazione domani Miglio terrà una conferenza stampa in Senato con rappresentanti di analoghe istituzioni pubbliche di altri Paesi europei. Nel frattempo Ia Commissione cultura della Camera, su proposta del capogruppo del PdI Barbieri, ha presentato una proposta di legge (con emolumenti provenienti dal «fondo di riserva») per stanziare finanziamenti ulteriori a favore dei quattro istituti di ricerca sul Medioevo: il Sismel, I'Entmi, il Cisam e,appunto, l'Isime. Si tratterà di vedere se sono sufficienti.
Pubblicazione: 22-01-2011, Avvenire (scarica in formato pdf)
Sezione: Cultura
Il caso. I tagli dei finanziamenti governativi mettono a rischio
uno dei nostri più prestigiosi istituti storici.
Ignorati gli appelli a Bondi
E l’Italia resta senza Medioevo
Difficile dire se ci sarebbero più danni per l’immagine dell’Italia presso il mondo scientifico e accademico internazionale o per l’effettiva conduzione degli studi storici nel nostro Paese e nel mondo. Fatto sta che il taglio, per non dire la soppressione, dei finanziamenti all’Istituto storico italiano per il Medioevo ha già provocato seri danni alla nostra immagine e sta per causarne anche di gravi alla ricerca storica nel mondo.
Tanto più che si tratta di soli 190 mila euro (la somma avuta per il 2010): meno che briciole. L’Istituto è tecnicamente un Ente pubblico non economico, vigilato dal ministero dei Beni culturali. È stato fondato con un decreto regio del 1883, integralmente recepito dalla Repubblica. Il suo compito istituzionale è la pubblicazione delle fonti della storia medievale italiana, in strettissima connessione con l’Unità del Paese, che aveva necessità di recuperare per intero le sue radici storiche e culturali. Subito è diventato un punto di riferimento per tutti gli studiosi che si occupano di Medioevo. Il presidente è Massimo Miglio, docente di storia medievale.
Il Consiglio direttivo è costituito da studiosi di fama internazionale come Franco Cardini. Giorgio Inglese e Salvatore Fedele. Il quarto componente del direttivo, il filologo e medio-latinista Claudio Leonardi, è deceduto a giugno. «Da quel momento – racconta Miglio – nonostante le numerose sollecitazioni al ministro Sandro Bondi, siamo con un membro di direttivo in meno. Eppure si tratterebbe di una nomina a costo zero, perché sia io che i consiglieri non prediamo un’euro dal nostro pur oneroso impegno. È anche vero, però – annota amaramente Miglio – che da molti mesi tutte le lettere da noi indirizzate a Bondi non hanno avuto risposta».
Risposte che invece hanno avuto le missive inviate al capo dello Stato e ai presidenti delle Camere. In esse è sintetizzato lo stato in cui versa l’Istituto, sono raccolti i dati di bilancio degli ultimi anni, e sono elencate le numerose iniziative editoriali e culturali, alcune delle quali in corso d’opera e quindi a rischio, per via delle incertezze finanziarie.
A questo riguardo Franco Cardini tiene a precisare che «il catalogo dell’Istituto è foltissimo di opere di essenziale importanza per tutti gli studiosi del Medioevo. Abbiamo acquirenti nelle principali biblioteche e istituzioni culturali del mondo. Quelle stesse istituzioni che venendo a conoscenza delle nostre difficoltà economiche ci hanno inondato di indignate lettere di solidarietà».
Nei fatti, aggiunge Miglio, «i centri culturali internazionali che hanno sede a Roma ricevono dai loro ministeri, per la sola gestione delle biblioteche, cifre che corrispondono al triplo di quanto noi riceviamo dai Beni culturali per l’intero Istituto». Naturalmente parliamo dei 190 mila euro del 2010. Sul 2011 regna l’incertezza. Il problema nasce dalla legge di Stabilità (la nuova Finanziaria) varata da Tremonti a maggio, nella quale sono stati tagliati i finanziamenti agli enti facenti capo ai Beni culturali. In seguito alle proteste (Napolitano parlò di «trauma per la cultura italiana»), il ministro Bondi presentò ad agosto un ddl con una nuova tabella degli Enti che il Ministero intende finanziare. Fra questi è stato inserito anche l’Istituto storico italiano per il Medioevo.
Quel ddl è però rimasto insabbiato in Commissione cultura al Senato, che ne ha solo iniziato l’esame. Considerata l’attuale situazione politica e che poi sarebbe comunque necessario il varo del decreto attuativo si comprendono i timori dell’Istituto per il 2011. Non a caso proprio ieri il presidente Miglio ha inviato una lettera informativa ai presidenti e ai membri delle Commissioni cultura delle due Camere. Un ulteriore elemento di preoccupazione è venuto da quanto riferito giovedì in Commissione a Montecitorio dal rappresentante del governo, che ha annunciato che i finanziamenti per l’anno in corso ai suddetti enti culturali saranno gli stessi del 2010 decurtati del 16%. «In pratica – sottolinea Miglio – si tratterebbe, se confermato, di 155 mila euro, che non sono sufficienti a pagare nemmeno i cinque dipendenti, che hanno contratto pubblico».
Nel complesso le spese vive dell’Istituto ammontano a 223 mila euro, compreso l’affitto al comune di Roma dei locali di Palazzo Borromini (costruito dal famoso architetto per l’opera fondata da San Filippo Neri, che riposa nella chiesa accanto di Santa Maria in Vallicella), dove hanno anche sede la Biblioteca Vallicelliana, l’archivio dei Padri Filippini, l’archivio storico capitolino e la Biblioteca delle letterature. La biblioteca dell’Istituto conta oltre 100 mila volumi.
Dalla sua fondazione l’Istituto pubblica il "Bullettino", rivista sulla quale scrivono i maggiori specialisti. Ogni anno, anche in collaborazione con istituti nazionali e internazionali, vengono pubblicati volumi delle "Fonti della storia d’Italia". Essenziale è il "Repertorio per le fonti del Medioevo", in 12 volumi, che è costato quasi 60 anni di lavoro ed è un’opera unica nel suo genere. Al terzo volume è giunta la "Edizione nazionale delle opere di Flavio Biondo", di 13 volumi. L’Istituto inoltre gestisce la "Scuola per le edizioni delle fonti" e "Scuola storica nazionale".
Tutto questo con un bilancio annuale di circa 600 mila euro, in gran parte ottenuti, dalla vendita delle opere, da sponsor e da Fondazioni. Ma è bastata l’incertezza per qualche mese dei finanziamenti statali per costringere al taglio dei sette collaboratori a contratto che curavano la redazione. «Nei fatti siamo un "Ente utile", che riesce a produrre cultura e reddito. Il nostro timore – conclude Miglio – è di venire ridotti a "inutili" per legge».
Roberto I. Zanini
Pubblicazione: 20-01-2011, Secolo d'Italia (scarica in formato pdf)
Sezione:
Il Medioevo chiama, Bondi non risponde
Sos del presidente dell'Istituto storico: i tagli affossano un ente prestigioso e produttivo
La cultura può attrarre ricchezza e una delle prove provate che un ente pubblico può produrre anche quattro volte tanto ciò che riceve dallo Stato ci viene dall'Istituto storico italiano per il medioevo di piazza dell'Orologio a Roma, sede di una delle eccellenze italiane per la qualità della ricerca e per il dinamismo "imprenditoriale" con cui divulga il proprio lavoro ottenendo sponsor di prestigio per le sue attività. Eppure essere "virtuosi" non basta se si finisce tra l'incudine e il martello Tremonti-Bondi che con i tagli alla cultura non hanno guardato in faccia nessuno. È incredulo il suo presidente, il medievista e già docente all’università di Viterbo, Massimo Miglio. L'Istituto rischia seriamente di chiudere i battenti, con un danno d'immagine per l'Italia che si sta consumando nell'assordante silenzio del ministro Bondi.
Professor Miglio, ma come è possibile che chiuda un Istituto come il vostro che tutto il mondo degli studi guarda come alla "Bibbia" per quanto riguarda il sapere sul medioevo?
Il caso è esploso a maggio con i "tagli" del ministro Tremonti a 232 istituzioni culturali tra cui la nostra. Se ricordate fummo difesi dal presidente della Repubblica come una delle eccellenze che meritavano un'attenzione particolare. Da allora abbiamo sollecitato incontri, audizioni e abbiamo recepito la disponibilità del presidente Fini e della sensibilità della commissione cultura di camera e Senato. Ma dal ministro Sandro Bondi neanche una parola.
Il ministro non vi ha risposto in nessun modo?
No, nonostante le mie reiterate lettere. Ma il paradosso è che noi siamo un ente pubblico che come tale non può essere inserito, come è stato fatto, in quella tabella che prevede anche associazioni culturali private. Non ha senso "tagliare" un ente pubblico con funzionari e impiegati pubblici di ruolo di cui in un modo o nell'altro il ministero dovrà farsi carico.
Parliamo di numeri: a quanto ammontava il vostro finanziamento?
Centonovantamila euro l'anno, di cui 162.000 coprono gli stipendi di funzionari e impiegati e il resto per la ricerca e le iniziative culturali. Ebbene, la sa una cosa?
Dica...
Anche in tempi di crisi siamo riusciti sempre ad avere un bilancio consuntivo dai 600 ai 650 mila euro…
Come avete fatto in questi anni a innescare un meccanismo "virtuoso"?
Le nostre pubblicazioni e attività sono state sempre sponsorizzate dalle maggiori università, da istituti bancari e da privati. Abbiamo dimostrato con i fatti che investire in cultura produce ricchezza. Preciso che sia io che il membri del comitato scientifico non percepiamo compenso.
Ci vuole dire che questo governo lascerà morire un ente "produttivo"?
La risposta sta nei fatti. Dopo l'input del presidente Napolitano, Bondi ha presentato un disegno di legge che prevede il finanziamento annuale dell'istituto e delle altre istituzioni presenti, come dicevo prima, nella medesima "tabella". Un metodo di finanziamento da rinegoziare anno per anno taglia le gambe a istituti come il nostro nati per produrre ricerca e iniziative editoriali di vario livello che presuppongono una rigorosa programmazione. Senza la quale siamo costretti ad abdicare.
E ora che può succedere?
In attesa di un decreto attuativo del "ddl Bondi", il quale prevedibilmente avverrà almeno tra un anno, la faccenda si complica ulteriormente, perché in qualità di presidente dell'istituito ho dovuto fare un esposto al ministero e anche alla Procura della Repubblica, in quanto non so se potrò provvedere agli stipendi di gennaio, tanto per esser chiari...
E gli sviluppi?
Se il ddl Bondi venisse poi approvato, con quella decurtazione per il 2012 non avrei proprio fondi.
Qualche atto ufficiale?
Ho personalmente scritto una lettera pochi giorni fa alla Corte dei Conti, ravvisando gli estremi del "danno erariale", poiché ripeto, abbiamo impiegati di ruolo di cui comunque il ministero è chiamato a farsi carico. Ci dobbiamo anche cautelare.
Il vostro Istituto è sempre stato un fiore all'occhiello per la cultura italiana...
Assolutamente sì. Esiste dal 1883 è sempre stato un modello per gli altri istituti internazionali: una delle eccellenze è l'edizione di tutte le fonti relative al medioevo, una "summa della cultura" di quel periodo, che è il punto di riferimento per tutte le altre ricerche. Abbiamo tre scuole: una, fondamentale, che cura l'aggiornamento scolastico e dalla quale sono usciti i massimi medievisti italiani; un'altra di specializzazione sulle fonti documentarie e una terza estiva, a Firenze, in collaborazione con alcune università americane. Queste scuole non ci costano un euro in più rispetto ai 190mila che riceviamo. La cultura non è un ramo secco come qualcuno la dipinge, se ci si attiva con gli sponsor, con le iscrizioni a queste scuole, con seminari e divulgazione. Ecco, se non so nemmeno se potrò pagare gli stipendi agli impiegati, tutto questo meccanismo virtuoso si fermerà.
Antonella Ambrosioni
Pubblicazione: 17-12-2010, Left (scarica in formato pdf)
Sezione: Cultura. L'intervista
Intervista a Paolo Prodi di Ilaria Bonaccorsi
Cancellano la memoria
Professore emerito, già ordinario di Storia moderna presso la facolta di Lettere e filosofia dell'Università di Bologna, Paolo Prodi, oggi presidente della Giunta storica nazionale (già Giunta centrale per gli studi storici), organismo che coordina l'attività degli istituti e degli enti di ricerca storica italiani, è tra i firmatari insieme con Andrea Giardina (presidente dell'Istituto italiano per la storia antica), Massimo Miglio (presidente dell'Istituto storico italiano peril Medio Evo), Luigi Lotti (presidente dell'Istituto storico italiano per l'Età moderna e contemporanea), Romano Ugolini (presidente dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano) e Giovanni Vitolo (presidente della Società salernitana di Storia patria) di un accorato appello nel quale si denuncia la gravita dei tagli previsti per il 2011 dal Mibac. II dimezzamento dei già esigui finanziamenti rischia di cancellare per sempre gli Istituti culturali nazionali. Con la sottrazione delle risorse necessarie, scrivono, si lede l'autonomia delle Istituzioni culturali, sancita dalla Costituzione, e si amputa la memoria del Paese.
Professore, i tagli previsti si aggirano tra il 20 e il 50 per cernto delle risorse già risicate. Cosa accade e cosa accadrebbe se tutto ciò venisse confermato? Si rischia una nuova Pompei?
Credo proprio di sì, perché durante gli ultimi anni i fondi erano già stati dimezzati. Per esempio, nel caso della Giunta storica nazionale di cui sono presidente, avevo alleggerito tutte le strutture. Non abbiamo nessun dipendente fisso e la nostra sede ci è stata data in comodato gratuito: due stanzette nel mezzanino di Storia moderna che messe insieme sono meno grandi della scrivania, lo dico sempre scherzando, ereditate dal mio predecessore Giovanni Spadolini. Abbiamo già ridotto tutto all'osso e la nostra attività, oltre a quella internazionale, è di continuare a redigere la Bibliografia storica nazionale: ogni anno componiamo ottomila schede che
riflettono tutta la produzione di storia italiana prodotta nell'anno e che, senza affrontare spese impossibili di pubblicazione, poniamo online a disposizione degli studiosi di tutto il mondo. Ora anche questo minimo ci viene tolto, anche se si tratta di spese irrisorie, pari a molto meno di una sola di quelle fatue celebrazioni che si fanno in giro per l'Italia. Per essere molto concreti, la Giunta quest'anno ha avuto 85mila euro in tutto di assegnazione, con i quail abbiamo provveduto a ogni cosa: alla segreteria, alla compilazione della bibliografia storica nazionale, alla partecipazione al congresso
internazionale di scienze storiche ad Amsterdam e molto altro ancora.
E gli Istituti storici nazionali?
La situazione per loro e molto più grave, perché mentre la Giunta in qualche modo non possiede una struttura fissa, non ha una biblioteca né impegni editoriali, gli Istituti come quello del Medio Evo, di Storia antica o del Risorgimento hanno invece dipendenti, biblioteche da curare e aggiornare. Ora si trovano nella condizione di dover chiudere.
Facile immaginare che le risorse per gli Istituti storici non siano mai state sufficienti a garantire la ricerca, una politica di acquisti seria e un buon servizio al pubblico degli studiosi. Allora cosa è cambiato oggi da spingervi a denunciare una possibile chiusura?
I fondi scarseggiavano già prima e si stava attenti a ogni euro. Tutti i tagli possibili erano stati fatti ma adesso siamo scesi sotto la soglia minima di sopravvivenza. C'è però qualcos'altro che è opportuno sottolineare: secondo me non si tratta soltanto di tagli orizzontali nello stile del presente governo, di cui peraltro parlano oramai tutti gli italiani: si taglia tutto senza stare a guardare i contenuti. In questo specifico caso il problema, la decurtazione, riflette una politica, una precisa inclinazione a cancellare la memoria storica del Paese. Cioè non è che si taglino le biblioteche o gli Istituti o i nostri Archivi allo stesso modo con cui si tagliano tante cose, come le mostre d'arte. Qui si colpisce molto più in profondità e questo induce a pensare che certamente non si considera la memoria una componente essenziale per la sopravvivenza del Paese e per la coscienza collettiva. Questo è molto grave, proprio in occasione del 150° anniversario dell'Unità italiana, perché oltre alla Giunta storica nazionale e agli Istituti storici nazionali, anche le Deputazioni regionali di Storia patria sono realtà nate con il Risorgimento.
Professore, a cosa servono oggi gli Istituti storici e gli Archivi e perché è importante salvarne la vita?
Per me il punto centrale è proprio questo, ossia che attraverso gli Istituti, la memoria storica si trasformi in coscienza critica della propria identità nazionale e regionale. Se non c'è questa elaborazione degli storici allora tutte le memorie possono essere utilizzate in senso strumentale per la politica quotidiana. Così si va a ledere proprio l'identità collettiva del Paese. In qualche modo questo e un attacco voluto.
Cosa accade in Europa?Come vivono Istituti simili ai vostri?
La tendenza è dappertutto a una certa limatura. Ma le strutture dei nostri Paesi partner, quelle tedesche o francesi per esempio, molto diverse tra di loro, hanno tutte radici profonde nelle strutture dello Stato. Cioè i Monumenta germaniae historica sono "la" Germania: hanno subito una diminuzione dei fondi, vivono anche loro delle difficoltà rispetto al passato ma sono e rimangono delle strutture portanti del mondo culturale tedesco. Noi invece rischiamo di essere totalmente estromessi ed emarginati. Anche le commemorazioni che si fanno in questo momento del Risorgimento sono in balia proprio delle strumentalizzazioni politiche più assurde: Nord-Sud, federalismo-non federalismo. È tutto una specie di grande imbroglio e mistificazione che si può concretizzare soltanto mettendo fuoiri gioco, marginalizzando gli Istituti storici che invece hanno come proprio fondamento la revisione critica della storia.
Bersani sabato in piazza San Giovanni a Roma ha detto, tra le altre cose, che questo governo ha commesso dei delitti, non degli errori. Questo uno di quei delitti?
Io penso di sì, nel senso che la differenza e che i delitti sono in qualche modo voluti, gli errori sono anche spesso preterintenzionali. Però quello che tengo a dire è che in realtà la sottovalutazione della cultura è stata continua anche nel decennio precedente e anche da parte dei governi di sinistra, e lo dico come fratello del presidente del Consiglio -
Quindi sono perfettamente cosciente di quanto affermo - dell'importanza delle strutture e delle istituzioni culturali. Penso per esempio ai tentativi fatti con l'allora ministro dei Beni culturali Rutelli per ottenere la riforma delle nostre istituzioni e la loro messa in sicurezza, in modo tale che fosse possibile programmare l'attività di lungo periodo senza dover aspettare ogni anno l'elemosina di una sovvenzione: non ci fu alcuna risposta. Ci sono quindi due piani: uno è quello generale della disattenzione, della tendenza di tutti i partiti - di destra e di sinistra - e del governo, a curare di più cose effimere, gli eventi che possono portare voci o consenso ai singoli partiti e uomini politici: questa è una malattia italiana diffusa, bipartisan come si dice oggi. Un secondo e più grave piano è quello, oggi perseguito con accanimento, di combattere la memoria critica, l'identità collettiva della nazione.
Ma allora la storia perde la sua funzione di formazione civica? La Storia, che era passata appunto dal servizio al potere nell'Antico regime e negli Stati autoritari alla nuova funzione di educazione civica e politica nelle democrazie, viene ora emarginata perché non funzionale alla civiltà dei consumatori che sta sostituendo quella dei cittadini. Così in qualsiasi momento ogni forza economico-politica può inventare un prodotto nuovo da vendere sul mercato, un nuovo Risorgimento o un nuovo Medioevo a proprio usp e consumo. Questo e il "revisionismo" di oggi - molto peggiore dei vecchi revisionismi - che fa a pezzi il concetto di storia come coscienza critica di una società: il potere ora ha paura della storia perché dimostra che le cose sono andate e possono andare diversamente rispetto a oggi e preferisce che la gente non abbia un approccio critico ma sia soggetta ai miti comunicativi: l'istante può essere sempre venduto come novità se non ci sono storici in giro a rompere le uova.
Pubblicazione: 25-11-2010, Corriere della sera (scarica in formato pdf)
Sezione: Cultura
La colletta fra gli immigrati per salvare la società dell'italiano
Soldi e lettere dagli stranieri dopo la stangata sulla Dante Alighieri La Finanziaria ha dato una sforbiciata del 53,5 per cento al contributo dello Stato
«Maggior difetto men vergogna lava», dice Virgilio nella Divina Commedia. Ma c' è qualcuno che si vergogna un po' , tra quelli che Einaudi chiamava «i padreterni», per i tagli con l' accetta alla società Dante Alighieri e all' Accademia della Crusca? Una lezione arriva da un' associazione di immigrati. Che ha aperto una sottoscrizione per aiutare la conservazione della lingua italiana. Che la situazione dei conti pubblici sia pesante è vero. A dispetto delle sfuriate del Cavaliere contro i pessimisti e della sua tesi che «la crisi ha origini soprattutto psicologiche», lo stesso Franco Frattini, per spiegare la stangata alla Dante Alighieri, parla in una lettera di «eccezionale difficoltà della congiuntura». Così grave da obbligare alla «riduzione molto dolorosa» nonostante «l' opera meritoria svolta dalla società nel mondo e il suo ruolo fondamentale nella promozione della nostra cultura all' estero». Evviva l' onestà. Detto questo, c' è modo e modo. Taglio e taglio. Come riassume Alessandro Masi, segretario generale dell' istituzione fondata nel 1889 da Giosuè Carducci, in una lettera a Franco Narducci, vicepresidente della Commissione esteri, la legge finanziaria in via di approvazione ha dato al bilancio della Dante Alighieri una «sforbiciata» del 53,5% che porta di colpo il contributo statale da 1.248.000 euro a 600.000». Non basta: «Se a questo si sommano i 400.000 euro tagliati lo scorso anno sullo stesso capitolo (che era di 1.700.000 euro circa), siamo davvero di fronte alla sfoltita più dura e insopportabile che un Ente culturale italiano abbia mai subito in questi ultimi due anni». La Dante Alighieri ha 423 comitati sparsi per il pianeta, da Tashkent a Montevideo, da Bangkok a Città del Guatemala, da Minsk a Brisbane? Ha 220.000 studenti che seguono ogni giorno 3300 corsi di italiano? Segue «la vita dei nostri connazionali emigrati all' estero, dando conforto a comunità regionali presenti in ogni angolo del mondo, offrendo borse di studio e corsi di formazione»? Brava. Si arrangi. Una scelta sconcertante. Tanto più se paragonata agli sforzi che altri paesi insistono a compiere per mantenere i loro istituti culturali. Quali siano i numeri lo ricorda l' appello «Sos per l' italiano» sul sito www.iodonna.it: «Il British Council ha a disposizione 220 milioni di euro, il Goethe-Institut 218, lo spagnolo Cervantes 90, il portoghese Camões 13 e Alliance Française 10,6». Eppure, anche gli altri patiscono la crisi. Anzi, il nostro governo ripete tutti i giorni che «noi siamo meglio degli altri». Allora, come la mettiamo? È più giusto risparmiare togliendo ossigeno a un istituto che tiene alta nel mondo la cultura italiana o sarebbe meglio recuperare quei soldi, chiede il settimanale del Corriere, rinunciando ad esempio «a una decina di auto blu tipo Audi quattromiladuecento di cilindrata che vanno tanto di moda adesso per le trasferte di ministri e sottosegretari»? Quanto agli effetti della stangata sulle attività della Dante Alighieri, il segretario generale della società nel messaggio alla Commissione Esteri ha spiegato: «Tutto ciò significherà, per la nostra amministrazione, praticare drastici tagli a contributi per le nostre sedi, azzerare le borse di studio e gli assegni di ricerca per italianisti dell' estero, annullare i corsi di formazione per docenti, con impossibilità conseguente di assistere i nostri giovani discendenti di terza e quarta generazione, di promuovere conferenze e autori, di inviare libri per rinnovare le biblioteche, di proseguire i progetti avviati». Lanciato l' appello, il sito di Io Donna è stato sommerso di lettere di sdegno, di protesta, di solidarietà. Molte delle quali firmate da stranieri. Altre da italiani con un nome straniero. Tra i quali Radwan Khawatmi, siriano di origine, arrivato in Italia trent' anni fa come manager alla Indesit, imprenditore nel mondo degli elettrodomestici con un fatturato intorno ai 60 milioni, uomo di centrodestra vicino a Gianfranco Fini, fondatore e presidente del movimento Nuovi Italiani. Più italiano di tanti italiani, Khawatmi ha lanciato un appello ai 41 mila iscritti del suo movimento e a tutti gli immigrati «che rappresentano il 7% della popolazione, producono l' 11,2% del nostro Pil pari a 130 miliardi di euro, consentono all' Inps di pagare le pensioni versando ogni mese 752 milioni di contributi, continuano a fondare nuove imprese (250 mila negli ultimi tre anni) in netta controtendenza sulla crisi». Dice l' appello: «La lingua italiana è quel meraviglioso collante che ci unisce al di là delle differenze delle nostre origini, fede, credo e che ci permette di appartenere ad una grande nazione che abbiamo scelto come nostra nuova patria. Ho appreso che la società Dante Alighieri, che promuove la lingua e la cultura italiana nel mondo, rischia la chiusura a causa dei tagli annunciati dal Ministero del tesoro. Noi, nuovi italiani, che ci identifichiamo nella cultura e nella ricchezza della lingua italiana, non possiamo rimanere indifferenti di fronte a questa tragedia: il mio appello a tutti è di partecipare con un dono anche modesto di ciascuno di noi, quale segno tangibile della nostra fedeltà ed amore verso coloro che hanno fatto e continuano a promuovere la lingua italiana nel mondo. Io stesso provvederò ad aprire la sottoscrizione...». Come andrà la colletta, bellissima per chi la fa e imbarazzante per chi ha deciso i tagli e per tanti italiani indifferenti al tema, si vedrà. Certo è che in parallelo dovrebbe partire una iniziativa forte anche per l' Accademia della Crusca. La stessa istituzione fiorentina che dal 1583 cerca di conservare la purezza della nostra lingua è stata falciata dai tagli. Le spese vive ridotte all' osso per i sei dipendenti e l' affitto della sede che ospita anche l' Opera del Vocabolario Italiano del Cnr, spiega la presidente Nicoletta Maraschio, ammontano a 400 mila euro l' anno. Ai quali occorre aggiungere tutti quelli necessari (meno male che c' è la regione Toscana e che ci sono i privati...) per le mille attività dell' Accademia. Bene: lo Stato, taglia taglia, era già sceso a un contributo di 190 mila euro, un decimo circa del bilancio dell' istituto, meno della metà dei costi vivi se anche fosse cancellata ogni attività. «Come possiamo continuare a vivere?», ha chiesto in una lettera a Sandro Bondi, pochi giorni fa, Nicoletta Maraschio. Risposta dello Stato: nel 2011 di soldi ne arriveranno la metà: 95 mila. Il costo di una sola autoblu di lusso superaccessoriata. O se volete di qualche consulenza data ad amici, parenti, compagni di partito... RIPRODUZIONE RISERVATA
Stella Gian Antonio
Pubblicazione: 23-11-2010, MicroMega-OnLine (scarica in formato pdf)
Sezione: http://temi.repubblica.it/micromega-online/don-abbondi-e-il-tracollo-dei-beni-culturali-italiani/
Don (Ab)Bondi e il tracollo dei beni culturali italiani
Se davvero Bondi, come afferma, ha a cuore la cultura patria, non può rimanere un minuto di più in un governo che ha cominciato a calpestarla dal giorno dell’insediamento. Una riflessione sulla difesa e il destino del nostro patrimonio artistico e architettonico, sempre meno tutelato a vantaggio di una sua valorizzazione puramente monetaria.
di Fulvio Cervini, Università di Firenze
Il gran chiasso suscitato dal crollo della Schola dei gladiatori a Pompei ha fatto scoprire a molti opinionisti, sedicenti intellettuali e politici militanti che in Italia esiste un patrimonio artistico e architettonico di grande valore, e che questo patrimonio è oramai allo sbando. Certo, la sua fragilità era finora stata evidenziata da eventi catastrofici, come il terremoto in Abruzzo; ma non dal degrado ordinario, da carenze strutturali, da una gestione scellerata.
Dire che questo patrimonio l’hanno scoperto tutti solo ora – ivi comprese le opposizioni parlamentari, che mai fino ad allora avevano suscitato clamore su questi temi – non è una figura retorica. Provate a rammentare una sola puntata di talk show televisivo dedicato alla condizione del patrimonio artistico; a parte una bella inchiesta di Riccardo Iacona, non si ricorda un Annozero (prima della puntata del 18 novembre), un Ballarò, un Infedele, un Porta a Porta seriamente dedicato ai beni culturali; né il ministro competente viene in tv per parlare di cultura, se non quando è tirato per la giacca come in questo caso (ci viene, ma di solito parla d’altro). Il massimo sforzo, in questi casi, è quello di chiedere una dichiarazione a Vittorio Sgarbi o Philippe Daverio.
Passato il clamore delle prime ore, e nell’attesa che il Parlamento si pronunci sulla sfiducia al Ministro Bondi, chiesta dalle opposizioni, conviene forse spendere qualche riflessione a freddo sulla difesa e il destino del nostro patrimonio artistico e architettonico, anche alla luce di quel che è successo dopo il cedimento delle coperture cementizie che un datato restauro aveva sovrapposto ai muri antichi dell’edificio pompeiano. Il danno, pur grave, non è una perdita irreparabile per la cultura nazionale. Ma è il sintomo – questo sì, da far tremare le vene ai polsi – della sorte cui sarà sempre più esposto questo patrimonio se non verrà fermato l’andazzo che da alcuni anni a questa parte segna l’(in)operosità del Ministero per i Beni e le Attualità Culturali, ovvero il progressivo smantellamento di una tutela esecrata come asfittica, passatista e mummificata a vantaggio di una valorizzazione che viene proposta come sinonimo stesso di innovazione, modernità e produzione di ricchezza. Pur limitato nel tempo e nello spazio, quanto accaduto può essere davvero il punto di non ritorno di una linea politica sciagurata che bada solo a esporre i beni culturali in vetrina, senza preoccuparsi dello stato di salute del suo contenuto. Ma se in vetrina c’è il senso storico della nostra vita – perché di questo si tratta – ed è il mondo intero a guardarci, forse sarebbe ora di preoccuparsi, almeno un poco.
Particolarmente orientativa al riguardo è stata la patetica difesa parlamentare del ministro Bondi, che di fatto ha imputato il crollo della Schola alle scarse attitudini manageriali dei soprintendenti, laddove era stato proprio lui a commissariare Pompei per valorizzare adeguatamente il sito (e laddove non si ricorda, nella storia dell’umanità, un solo edificio tenuto in piedi da un manager anziché da un architetto). Lo spregio verso ogni forma di responsabilità politica cela in realtà una profonda ignoranza della missione specifica di un ministero per la cultura, che è quella di conservare e mettere in valore il patrimonio culturale, nel senso più ampio del termine, perché solo attraverso la conoscenza si definisce la coscienza civile di una nazione.
Non per caso quel discorso ha provocato la ferma reazione dei soprintendenti archeologi, che il ministro ha bollato come “gravissima”, dimostrando per l’ennesima volta di non aver capito che senza una calibrata e consapevole azione di tutela non c’è valorizzazione che tenga, e il confine tra le due è talmente labile da risultare inconsistente. Un buon restauro, per esempio, al tempo stesso tutela e valorizza il bene ponendosi come obiettivo finale la sua conoscenza. Quel di cui avremmo davvero bisogno è di una moratoria della valorizzazione (almeno come viene correntemente intesa), perché di fatto sta distruggendo il nostro patrimonio culturale.
I diciassette soprintendenti archeologi firmatari di una lettera tanto lucida quanto impregnata di civile passione, dopo aver lamentato una riduzione delle risorse inadeguata anche a garantire una mera routine manutentiva (di Pompei come di tutti gli altri siti monumentali d’Italia, beninteso), e il ricorso al commissariamento straordinario (il più delle volte con soggetti estranei alla tutela, venuti dai ruoli delle prefetture o della Protezione Civile) come ultima carta di uno Stato che non sa più amministrare direttamente il suo patrimonio, chiedono che “la cultura dell’emergenza ceda il passo a quella della manutenzione, a cura delle strutture e degli staff tecnico-scientifici che quei monumenti, quei siti, quei musei conoscono e tutelano”. Perché “la valorizzazione come concetto mediatico non può sostituirsi al paziente e faticoso lavoro di monitoraggio, consolidamento e restauro, che per definizione è poco visibile e quindi poco mediatico” (lettera del 9 novembre pubblicata il 16, per esempio su www.patrimoniosos.it). Anziché ringraziare il cielo di avere ancora soprintendenti così, dopo aver fatto di tutto per umiliare il suo già sceltissimo personale tecnico, e ora sempre più stanco e demotivato (e ringraziare loro di aver ancora voglia di battersi per la storia e la bellezza), Bondi insiste che se le cose vanno male è tutta colpa loro. Perché sono archeologi e non manager.
Vien da commentare, senza uscire dall’archeologia classica, che non è vero che in Italia non si faccia più tutela. Una certa ilarità ha suscitato nei giorni scorsi la notizia che due statue del Museo delle Terme, in deposito temporaneo a Palazzo Chigi, erano state restaurate (alla modica cifra di settantamila euro) per volontà dello stesso Presidente del Consiglio, che a quanto pare non tollera la vista di corpi lacunosi e menomati, fossero anche marmi del secondo secolo dopo Cristo. Sicché il restauro è diventato un ripristino, con rifacimento totale della mano di Venere e del pene di Marte; ed è diventato pure – farsa nella tragedia – un copione per un irresistibile sketch di Luciana Littizzetto (domenica 21 novembre a Che tempo che fa).
La vicenda fa scompisciare, si è detto, ma fa soprattutto rabbia. Perché al solo scopo di compiacere la pancia degli ignoranti butta in vacca secoli di riflessioni dell’intelletto dei savi, e stronca in un sol colpo il primato mondiale italiano nel campo del restauro filologico. Quel che sarebbe inaccettabile nel restauro di qualsiasi altra statua – e non necessariamente così antica – ossia la fabbricazione di un falso, si è accettato senza scrupoli per assecondare i capricci del primo ministro più incolto degli ultimi centocinquant’anni (che vergogna nazionale, se sarà lui a tenere a battesimo l’anniversario dell’Unità): che oltretutto, non essendo il proprietario dell’opera, neppure aveva titolo per chiedere al restauratore di aggiungere o togliere alcunché. Tra l’altro l’integrazione è stata abilmente dissimulata, venendo meno a uno dei principi fondamentali di una corretta metodologia del restauro, e cioè quello della riconoscibilità dell’intervento.
A tanto, dunque, si è ridotta la tutela in Italia. Ai restauratori ora lo Stato chiede giustamente una formazione di eccellenza con laurea quinquennale. Servirà loro per assecondare manie di grandezza e smanie da arredatore di un parvenu della Brianza, e magari della sua corte dei miracoli. Questi, almeno, sono i restauri che dimostra di voler davvero fare il “Governo del fare”.
Le nozioni di bene e patrimonio culturale alludono alla ricchezza condivisa che nutre sensi, menti, anime e cuori ben prima dei portafogli, ed è questa ricchezza che la politica dovrebbe preservare e coltivare. Per questo trovo che l’espressione “bene culturale” sia pregna e nobile, tanto più che la sua storia è assai gloriosa. La prima volta che la si adopera in una convenzione internazionale, nel 1954, è in rapporto ai beni da proteggere in caso di conflitto armato, e già questa circostanza dovrebbe farci riflettere, come avrebbe detto Marc Bloch, dell’importanza della storia per la vita. Da noi già nel 1938 Giuseppe Bottai aveva scritto che quando una nazione entra in guerra, deve farlo anche con tutte le sue energie morali, e queste energie sono date anche dal suo patrimonio culturale. Un popolo che non sa difenderlo non può pensare di vincere una guerra, e in ogni caso rischia di non avere risorse reali per affrontare il dopoguerra. Un ministro fascista, ma di rimpianta grandezza. Che ha legato il suo nome a leggi di tutela (1089 e 1497 del 1939) invidiate da mezzo mondo, e oggi bestemmiate da una classe politico-imprenditoriale tanto arrogante quanto ignorante, e fondamentalmente irresponsabile.
D’altra parte il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare, e il don (Ab)Bondi dei nostri tristi giorni di questa classe è paradigma esemplare. Il paragone con Bottai è improponibile, ma rende l’idea. Neanche dopo essere stato umiliato dal suo collega Tremonti (“con la cultura non si mangia”, altro bel paradigma dello Zeitgeist italiota di oggi), ha avuto l’orgoglio di un soprassalto di dignità. Se davvero Bondi ha a cuore la cultura patria, non può rimanere un minuto di più in un governo che ha cominciato a calpestarla dal giorno dell’insediamento. E che, soprattutto, quando parla di cultura non sa di cosa parla.
Per capire Pompei e tutto il resto un eccellente punto di partenza è infatti Due anni di governo, una brochure disponibile in due versioni, una sintetica e una più ampia, sul sito web del Popolo della Libertà, e presumibilmente simile a quella che il premier aveva in animo di spedire per posta a tutti gli italiani, in versione cartacea, per magnificare gli innumerevoli successi del “governo del fare”. Bene: nella versione lunga (ottanta pagine), la cultura ne occupa una soltanto, nella sezione Le grandi riforme e sotto il titolo Italia, culla della cultura, in cui il risicato spazio è diviso tra arte, lirica, cinema, unità d’Italia e iniziative didattiche (altrove si magnifica la risoluzione della crisi dell’Aquila, ma non si fa ovviamente parola delle macerie che ancora giacciono nel suo centro storico). Probabilmente ci siamo perduti qualche epocale riforma nel campo dei beni culturali, ma non è questo il punto. Il punto è quel che si dichiara a fondamento dell’azione di governo.
“La cultura non è un semplice ornamento o una spesa, ma è l’investimento più importante che possiamo fare per il nostro futuro. Questo concetto è tanto più vero per un Paese come l’Italia, in cui la cultura non è uno fra i beni di cui disponiamo, ma la forma stessa della nostra identità nazionale, il nostro capitale più importante. In Italia si trovano il 72% dei beni artistici europei, il 50% dei beni artistici del mondo. Ci sono più di 100.000 chiese e monumenti, 40.000 case storiche, più di 1.000 teatri e 2.500 siti archeologici. Questo patrimonio deve essere valorizzato, per formare le giovani generazioni e per attrarre turisti da ogni parte del mondo”.
Certo, di seguito non si dice che si è fatto o si vuol fare per valorizzare l’accessibilità a questo patrimonio eccezionale, salvo migliorare l’accessibilità ai musei, ma trattasi di quisquilie. Monsieur de La Palice si sarebbe deliziato nel rilevare che tutto questo ben di Dio ovviamente preesisteva a Berlusconi, e quindi non può a rigor di logica rientrare in un novero di “cose fatte”. Ma neanche su questo merita insistere. Quel che angoscia è semmai che “l’investimento più importante che possiamo fare per il nostro futuro” stia a pagina 66 e sia argomentato da uscite non dico banali, ma addirittura imbarazzanti.
Come facciamo a sapere che l’Italia possiede il settantadue per cento dei beni artistici europei? Chi li ha contati (in Italia come nel resto del mondo)? E, soprattutto, come li ha contati? A testa (il Duomo di Milano vale come l’atto di un notaio di Pescasseroli del settecento)? A metri cubi? A metri quadri? A litri? A minuti? Chi pretende di quantificare in termini statistici il patrimonio culturale, così come chi pretende di monetizzarlo, è prima di ogni altra cosa un incompetente. E preoccupa che numeri del genere, sempre variati (ora il quaranta, ora il cinquanta, ora il sessanta per cento, e via computando), siano una specie di basso continuo del chiacchiericcio intorno ai beni culturali, perché denotano una dimestichezza assai scarsa con il patrimonio e i problemi del suo censimento e della sua salvaguardia. Due anni di governo è un prodotto di partito e non della Presidenza del Consiglio: è dunque un documento di propaganda che mira a riscuotere e corroborare consenso elettorale. Ma se la propaganda per definizione amplifica anziché ridimensionare, il Governo del fare ha fatto poco più del nulla. E la culla della cultura è davvero nelle mani di una banda di orchi.
I beni culturali non sono soltanto oggetti (tanto che si parla anche di beni immateriali, dalla musica ai racconti orali), né soltanto capolavori indiscussi, ma ogni traccia significativa che parli di noi attraverso il nostro passato. Il Bel Paese tanto vagheggiato da Berlusconi, Bondi & C. (ma in realtà sempre più brutto, anche grazie a loro) è in verità una stratigrafia di culture e identità sedimentatesi storicamente, che noi abbiamo il dovere morale di conoscere, conservare e trasmettere ai posteri per costruire un futuro migliore proprio facendo leva sulla forza, la complessità e la ricchezza di questa stratigrafia. I beni culturali sono già un valore, e siamo noi a venire valorizzati dal contatto con essi. Ma servono prima di tutto a farci crescere come persone e come nazione, e solo in seconda battuta a farci crescere il conto corrente. Per questo bisogna stare ben attenti quando si parla di valorizzazione. Di certo non è la produzione di una ricchezza monetizzabile, come la intende la stessa Direzione Generale per la Valorizzazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che vanta come macroscopico successo del suo stare al mondo il solo aumento del numero dei visitatori dei Musei Statali.
Chiediamoci piuttosto cosa rimane nella testa di questi visitatori, e quanto crescano la loro cultura e la loro coscienza civile attraverso la visita di un museo, di una chiesa, di un parco archeologico. Si crede che musei e monumenti debbano essere gestiti con criteri manageriali per metterli a reddito, dimenticando che il primo e più fruttuoso ritorno, di sostanza e non di immagine, sta nella testa e nel cuore di chi impara a conoscerli e ad amarli. Che lo stesso Ministero italiano preposto alla cultura non faccia altro che insistere soltanto su questo tipo di valorizzazione conferma la sostanziale ignoranza dei suoi vertici intorno alla natura e al significato dei beni culturali, nonché un esiziale spregio per le normative vigenti (che vedono la messa in valore in stretto rapporto con la tutela). Rimuovendo dal suo orizzonte la tutela, ha rimosso in verità la conoscenza, per sostituirvi un precario e velleitario profitto. Non per caso avviene in parallelo una mortificazione delle professionalità intellettuali e tecniche – dagli storici ai restauratori – che dovrebbero costituire la spina dorsale di questa gigantesca attività di conoscenza (e rappresentare, con ben altra dignità e sostanza delle barzellette del premier, l’eccellenza italiana agli occhi del pianeta) e invece vengono messe sempre più all’angolo da campagne di stampa denigratorie, da un insufficiente reclutamento di nuove leve, e dalla preponderanza di figure, spesso e volentieri plenipotenziarie, che poco o nulla sanno di beni culturali (a cominciare da Mario Resca). Ecco quel che ribadisce l’accoglienza alla lettera dei soprintendenti archeologi.
Molto indicativa di questa tendenza era per esempio la presenza/assenza dei tecnici a Florens 2010, una kermesse sui beni culturali (ma soprattutto sul rapporto tra cultura, economia e impresa) svoltasi a Firenze, con grande solennità e immensa promozione, dal 12 al 20 novembre, e promossa da Confindustria, CNA, Intesa San Paolo e Cassa di Risparmio di Firenze (e già la testa dice molto sul resto del corpo). Cuore di una rassegna che allineava in serrata successione convegni, seminari, tavole rotonde, lectiones magistrales ed eventi d’ogni sorta, era un forum internazionale di cui la stampa non specializzata si è interessata soprattutto per un vivace botta e risposta tra Bondi e il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ma che andrebbe segnalato per una significativa marginalizzazione dell’Università, anch’essa coinvolta in questo processo di svuotamento della tutela e della conoscenza che impoverisce in primis i luoghi deputati della ricerca e della riflessione critica. Sembra un ossimoro, ma non è così.
Non che l’Università a Florens non ci fosse. Anzi, era presente in forze su parecchi tavoli, malgrado non fosse stata coinvolta fin dall’inizio del processo organizzativo. Ma queste forze vedevano una netta prevalenza di economisti e scienziati, mentre gli “umanisti”, come storici, storici dell’arte, antropologi e archeologi, erano relegati in una posizione miseramente subalterna. E nel forum, cui si accedeva ad invito, l’Ateneo fiorentino stava letteralmente nell’angolo. Tanto che gli stessi storici dell’arte che vi insegnano non sono stati invitati neppure come semplici uditori, mentre hanno avuto (giustamente) spazio direttori di museo, funzionari tecnici del Mibac (pochi), restauratori e persino antiquari. In compenso c’era, in bell’evidenza, un pregiudicato come l’immancabile Sgarbi. Ma il contributo dell’Università dovrebbe essere fondamentale per restituire alla conoscenza (e alla tutela) del patrimonio culturale la centralità che dovrebbe spettarle. Immaginatevi un convegno sulla giustizia senza magistrati, una festa delle forze armate senza soldati, o un calcio in costume (siamo a Firenze) senza calcianti. Perché proprio questo è successo.
Dobbiamo pensare che i cervelli di Florens abbiano voluto escludere dai momenti forti dei dibattiti proprio buona parte di coloro che i beni culturali li toccano, li studiano e li insegnano tutti i giorni? E che, soprattutto, ancora pongono in primo piano il valore storico di quei beni, e per questo sono ritenuti d’intralcio alla marcia trionfale dell’aziendalismo subculturale? Spero vivamente di essere smentito dai fatti, perché è da oggi che bisognerà misurare la ricaduta di Florens. Ma intanto - e questo è un fatto - l’Università sta formando fior di giovani preparatissimi che dovrebbero diventare i tutori del patrimonio di domani. Peccato che il sistema valorizzativo stia proponendo a menti brillanti con dottorati e master di fare i custodi o poco più. Ovvero i camerieri al servizio dei turisti, attirati “da ogni parte del mondo”: visto che soltanto a costoro sembra pensare una politica ministeriale e governativa che non vuole più investire nella conoscenza. Ma lascia che il suo patrimonio sia investito da tutto. E cerca di investire chi, ancora, pensa.
(23 novembre 2010)
Pubblicazione: 24-11-2010, www.sbilanciamoci.info (scarica in formato pdf)
Sezione:
Il crollo della cultura, in cifre
In dieci anni la spesa del ministero per i Beni culturali è scesa del 31% in termini reali. Il calo delle risorse è stato costante e progressivo, con la sola eccezione della spesa burocratica nelle alte sfere. Un'analisi dettagliata dei flussi di cassa, a opera dell'Associazione Economia della Cultura Le ripercussioni dell’attuale crisi economica sulla spesa per la cultura variano notevolmente da paese a paese. In Francia, in Germania, negli Stati Uniti, i finanziamenti statali hanno tenuto - e sono anzi lievemente aumentati - proprio per il ruolo anticiclico attribuito agli investimenti culturali. Nella maggior parte degli altri paesi, la crisi ha imposto invece una brusca battuta d’arresto a una dinamica della spesa pubblica per la cultura generalmente positiva nel recente passato. L’ anomalia italiana consiste nel fatto che tale inversione di tendenza è tanto più gravida di conseguenze negative in quanto avvenuta, come è noto, con largo anticipo. Per verificare più da vicino la misura e l’ impatto della contrazione dei finanziamenti alla cultura, e i modi e la reale portata dei tagli di bilancio, l’Associazione per l’ Economia della Cultura ha ritenuto di condurre una sintetica analisi dei rendiconti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, prendendo in considerazione, anziché le previsioni di spesa, come generalmente accade, i pagamenti di cassa: gli unici indicativi dei flussi di spesa effettivamente affluiti alla cultura in un anno dato, a valere sia sulla competenza che sui residui. 1.L’andamento dei pagamenti di cassa del Ministero Dopo un andamento stagnante nella prima parte degli anni ’90 – a cui aveva fatto seguito una dinamica molto positiva nella seconda metà del decennio1, di pari passo con il completamento del processo di riunificazione delle competenze culturali nel MiBAC (1998) – la spesa del Ministero ha raggiunto il picco, in termini di cassa, nell’anno 2000, con 2.499 milioni di euro. Da quell’anno è iniziato un trend negativo, con un calo sotto quota 2000 già nel 2002, e con il picco più basso raggiunto nel 2006 (1917 milioni), seguito da un lieve recupero (2062 milioni nel 2008). Nel decennio la spesa del ministero è diminuita del 17% a euro correnti e del 31% a euro costanti.
Fig 1 - Spesa del MiBAC Anni 2000 - 2008, per centri di responsabilità: v.a. e %
(pagamenti di cassa, in milioni di Euro correnti)
Va notato che, se l’ammontare dei pagamenti di cassa risulta spesso superiore a quello delle previsioni iniziali delle varie leggi finanziarie, ciò è dovuto sia a leggi di spesa emanate nel corso dell’anno per tamponare situazioni di emergenza, sia ad una accresciuta capacità del Ministero di far fronte ai suoi impegni istituzionali raschiando il fondo del barile dei residui accumulati negli anni precedenti. Quest’ultima sembra peraltro una via d’uscita che il successivo calo nelle allocazioni al Ministero determinato dai tagli lineari al Bilancio dello Stato di cui alla legge finanziaria 112/2008 e alla legge di stabilità finanziaria 2010 renderà in futuro sempre più impraticabile. Con le devastanti conseguenze che si possono immaginare. 2. I finanziamenti erogati dai vari centri di responsabilità del Ministero Ad una prima analisi dell’andamento della spesa del Ministero, colpiscono i mutamenti assai significativi che hanno rivoluzionato, nel periodo 2000-2008, l’articolazione dei finanziamenti erogati dai vari centri amministrativi di responsabilità. Aggirando l’ostacolo alla comparabilità posto dalle molteplici ristrutturazioni burocratiche intervenute, la Figura 2 espone la spesa del Ministero accorpata per le seguenti funzioni: affari generali, beni artistici e storici, archivi, beni librari e istituti culturali, spettacolo dal vivo e cinema.
Fig.2 Valori della spesa del MiBAC nel 2000 e nel 2008, per centri di responsabilità
(pagamenti di cassa, in milioni di Euro correnti)
Fonte: elaborazioni AEC sui Rendiconti dello Stato
I dati relativi ai centri di responsabilità mostrano una diminuzione della spesa, anche a euro correnti, per le strutture competenti per i beni librari e archivistici e lo spettacolo dal vivo e cinema, rispettivamente del 21% e del 12%. Per i beni culturali e paesaggistici la spesa si e’ addirittura quasi dimezzata (da 1259 a 614 milioni). Nello stesso tempo l’ammontare delle risorse a disposizione delle strutture competenti per gli affari generali, amministrativi e del personale sono aumentate di circa quattro volte e mezzo (da 107 a 491 milioni). La figura 3 mostra come ne risulti alquanto terremotato, di conseguenza, fra il 2000 e il 2008, l’ordine di priorità negli interventi del Ministero.
Fig.3 Ripartizione % della spesa del MiBAC nel 2000 e nel 2008, per centri di responsabilità
Fonte: Elaborazioni AEC sui Rendiconti dello Stato
L’incidenza delle Direzioni Generali addette ai Beni culturali e paesaggistici, che hanno tradizionalmente assorbito la quota maggiore delle risorse del Ministero, è scesa dal 51% al 30%, mentre quella delle strutture competenti per gli affari generali, amministrativi e del personale sale dal 4% al 24%. Anche i Beni librari ed archivistici accusano un lieve ridimensionamento del loro ruolo. Fa eccezione, almeno per il 2008, l’amministrazione dello Spettacolo dal vivo e cinema, i cuipagamentisono ammontati a 617 milioni (ben oltre l’ ammontare del FUS per quell’ anno)ela cui quota sale lievemente, dal 28% al 30% (valore che andrebbe depurato dallo sport per quanto riguarda il 2000).
Con questa nota sui primi dati quantitativi desunti dai Rendiconti del MiBAC, l’Associazione per l’Economia della Cultura intende richiamare l’attenzione sul costante e progressivo calo della spesa culturale statale e sui profondi cambiamenti che hanno investito negli anni 2000 la principale struttura dell’amministrazione statale della cultura in Italia.
Nello stesso tempo è evidente – e va segnalato – che una ben diversa disponibilità di dati e di informazioni sarebbe necessaria per una attenta e obbiettiva interpretazione delle trasformazioni avvenute. Cio’ vale in primo luogo per quanto riguarda l’elemento forse più eclatante che i dati evidenziano: la perdita di ruolo delle DG addette ai Beni culturali e paesaggistici nei confronti delle unità amministrative addette agli Affari generali. Il ridimensionamento della spesa per i beni culturali risulterebbe in realtà meno grave ove si tenesse conto del fatto che, secondo i Rendiconti, numerosi capitoli di spesa destinati ai beni culturali sono invece amministrati da unità degli Affari generali, e in particolare dalla DG Bilancio e Programmazione.
L’Associazione per l’Economia della Cultura ha sempre sostenuto con convinzione la necessità di rafforzare le funzioni centrali del Ministero concernenti l’indirizzo, il coordinamento, il superamento degli squilibri sociali e territoriali, la messa a punto di un sistema statistico e informativo coerente, tale da consentire una valutazione dell’efficienza e dell’efficacia dell’intervento pubblico a sostegno della cultura a tutti i livelli di governo. È indubbio che l’avvio di un programma di questo genere avrebbe certamente un costo elevato. Il problema è di capire in qual misura l’incremento della spesa per gli affari generali sia stato assorbito da queste ed altre iniziative di modernizzazione, e fino a che punto invece tali maggiori finanziamenti si siano dispersi nei rivoli di una più accentuata burocratizzazione.
Non è comunque accettabile, lo ribadiamo con forza, che il necessaria ammodernamento dell’amministrazione della cultura abbia luogo a scapito della indispensabile tutela e della valorizzazione del nostro patrimonio.
1 Vedi Rapporto sull’ Economia della cultura in Italia 1990-2000, ed. il Mulino, Bologna
* Hanno collaborato Alessandro Leon e Giulio Stumpo
Pubblicazione: 21-11-2010, La repubblica (scarica in formato pdf)
Sezione:
SÌ ALLA SACROSANTA PROTESTA. E POI?
I litigiosi al governo hanno ben altro da pensare, e ben altro da finanziare, piuttosto che lo spettacolo e la cultura. Con la cultura e forse anche con lo spettacolo, non solo non si mangia, ma non si fanno neppure affari, soprattutto se sporchi. Non risulta infatti che mafie e camorre se ne siano mai interessate. Alla vigilia dello sciopero del settore, ancora non si è alzata la voce querula e comunque inascoltata dell’apposito ministro Bondi, per scongiurare l´ennesima, pacifica, e per ora improduttiva, rivolta: per ottenere dal governo qualche elemosina e magari un minimo di considerazione per se stesso. Ma perché il governo, che spende ogni anno 780 milioni per l’emergenza rifiuti in Campania, dovrebbe impietosirsi per lo sciopero dei lavoratori dello spettacolo che pure sono almeno 250 mila? Alla Scala il premier si concesse una sola volta e gli bastò, a teatro perché andare se raccontano cose diverse dalle barzellette, al cinema, la classe politica se non ride si addormenta, inutile frequentare il balletto se scarso di pelo (femminile e maschile), ai concerti, vade retro, al circo poi e perché perder tempo se certo ci si diverte di più alle feste supercafonal? Ma allora cosa vogliono questi fannulloni che scioperano in un momento così tumultuoso per il paese, che anche la devota Carfagna non ne può più? Lavorare? Assicurare buon cinema, buon teatro, buona musica, buona cultura ai milioni di italiani che li ritengono vitali, al mondo che ancora si aspetta da noi talento e genialità? Dal 2005 al 2011 i contributi dello Stato sono scesi di 400 milioni. E, sempre pensando alla cultura, mentre alla scuola pubblica sono stati sottratti 8 miliardi di euro, la scuola privata ha ricevuto quest´anno 533 milioni: il tentativo di decurtarne il finanziamento di 245 milioni è stato subito sventato: quasi la stessa cifra destinata all’immenso mondo del nostro spettacolo per il 2011, 288 milioni di euro. L’allegra, commovente occupazione del tappeto rosso alla recente inaugurazione del Festival del cinema di Roma da parte di centinaia di autori, attori, lavoratori del cinema, era stata bellissima, piena di speranza e senso di appartenenza. E poi? Lunedì si sciopera. E poi? La Repubblica (21 novembre 2010)
Pubblicazione: 21-11-2010, Il Corriere della Sera (scarica in formato pdf)
Sezione: pagina 23 Culture
PATRIMONIO L' ALLARME DAGLI INCONTRI DI FLORENS 2010. PASSERA: TAGLI MIOPI, PUNTARE SU TUTELA E VALORIZZAZIONE
Il tesoro (sperperato) dei Beni Culturali
La stima: 100 euro investiti nell' arte attivano 249 euro nell' intera economia Pompei
FIRENZE - Tanti governi, di ogni colore politico, si sono succeduti negli ultimi anni. Tutti hanno avuto un unico comun denominatore: «Hanno tagliato i fondi per i beni culturali e non hanno avuto la saggezza e il coraggio di guardare più il là del contingente verso una prospettiva di lungo termine», dice Corrado Passera. E per denunciare la politica della scure che si abbatte sul «bello», il consigliere delegato di Intesa SanPaolo sceglie un luogo simbolo. Il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio dove ieri si è chiuso Florens 2010, la rassegna internazionale dedicata ai beni culturali e ambientali. È un discorso da manager, quello di Passera, eppure con le carte in regola per parlare di investimenti nei beni culturali. Intesa SanPaolo è il primo gruppo bancario a finanziare poli museali e a investire nel restauro di opere d' arte. «Ne abbiamo restituite seicento alla collettività e continuiamo a farlo», sottolinea Passera. L' ultimo restauro sarà consegnato a Firenze a marzo. È un tabernacolo del Beato Angelico che tornerà al museo di San Marco: per l' occasione sarà allestita una mostra a Palazzo Pitti e ci saranno altre opere salvate grazie ai finanziamenti del gruppo». Investire nel bello e nella cultura in generale non è un dovere che l' etica deve all' estetica, non è soltanto mecenatismo. «Certo, i beni culturali - spiega Passera - non sono replicabili, sono un tesoro sul quale abbiamo una responsabilità verso noi stessi e verso l' umanità». Ma allo stesso tempo sono anche un grande motore di sviluppo. «Mettono in moto lavoro, mestieri, tecnologia e indotto di saperi e competenze che l' Italia può giocarsi in tutto il mondo». Le cifre, arrivate da Florens 2010 e ribadite ieri dal presidente della rassegna e di Confindustria Firenze, Giovanni Gentile, sono incontrovertibili: ogni 100 euro di incremento di Pil nel settore culturale attivano 249 euro di Pil nel sistema economico generale, di cui 75 euro nell' industria. E ancora due unità di lavoro nel settore culturale generano tre unità di lavoro nel sistema economico. «Se si dovessero ridurre 500 milioni di euro di Pil del settore culturale, ciò equivarrebbe alla mancata attivazione di 1,2 miliardi di euro di Pil nazionale di cui 375 milioni di euro in meno nell'industria», sottolinea Gentile. Eppure i beni culturali sono un vantaggio competitivo dell'Italia che purtroppo il Paese non sa sfruttare. «È necessaria una logica di lungo periodo», sottolinea Passera. E allo stesso tempo è necessaria «una classe dirigente che lo sappia fare». Come valorizzare questo tesoro dimenticato? Ci sono due direttrici da percorrere. La prima è quella della tutela. «È qui c' è bisogno di soprintendenze attrezzate», dice Passera. La seconda è la valorizzazione. Percorso complicato perché «molto c' è da imparare e sono necessari meccanismi di coordinamento a livello locale e anche forme organizzative, per valorizzare anche il ruolo imprenditoriale». Il ruolo della banca è fondamentale, deve essere un ponte che facilita il collegamento tra pubblico e privato, tra università e impresa. «Abbiamo il dovere di supportare iniziative come Florens - conclude Passera - che ha il nostro appoggio convinto e che vogliamo continui e diventi sempre più efficace».
Gasperetti Marco
Pubblicazione: 21-11-2010, Il Corriere della Sera (scarica in formato pdf)
Sezione: pagina 23
LE CIFRE LO STUDIO DELL' ASSOCIAZIONE PER L' ECONOMIA DELLA CULTURA
Il ministero dà più soldi al personale e meno a restauri e archivi
ROMA - Il ministero per i Beni culturali in nove anni ha aumentato vertiginosamente la quota di spese per personale, amministrazione e affari generali, che è passata dal 4 per cento della spesa totale del 2000 al 24 per cento del 2008. Nello stesso periodo è crollata la quota per la protezione dei beni culturali e paesaggistici (dal 51 al 30 per cento). Stabili le quote per spettacoli dal vivo e cinema (dal 28 al 30 per cento) e per beni librari e archivistici (dal 17 al 16 per cento). Dati crudeli, che vengono da uno studio dell' Associazione per l' economia della cultura, presieduta da Innocenzo Cipolletta, professore di Politica economica e finanziaria alla Luiss. La questione - si legge nella ricerca - è capire se questo dirottamento di spesa verso dipendenti e amministrazione sia dovuto a interventi di modernizzazione (sistemi statistici e informativi, superamento di squilibri territoriali) o si tratti semplicemente di «una più accentuata burocratizzazione». E, in ogni caso, «non sarebbe accettabile che il necessario ammodernamento abbia luogo a scapito della tutela del nostro patrimonio». La ripartizione della spesa ha dunque danneggiato manutenzione e valorizzazione dei nostri beni culturali. Ma i finanziamenti sono andati calando anche in assoluto. La spesa del Ministero ha toccato il picco nel 2000 con 2.499 milioni di euro. Da quell'anno iniziò un trend negativo, con il fondo più basso nel 2006 (1.917 milioni), seguito da un lieve recupero (2062 nel 2008). Nell'intero periodo la spesa del ministero a "euro costanti" (considerando i mutamenti del potere d'acquisto) è diminuita del 31 per cento. Non si può addebitare tutto alla crisi, poiché i tagli sono cominciati con largo anticipo sulla caduta delle economie. «Altri Paesi europei spendono molto più di noi per la cultura e noi abbiamo un patrimonio molto più grande», sintetizza Cipolletta. In Francia, Germania e Stati Uniti negli ultimi anni i finanziamenti statali alla cultura hanno tenuto o sono lievemente aumentati, proprio per il ruolo anticiclico, cioè di contrasto alla crisi, attribuito agli investimenti culturali. Ha ricordato il professor Andrea Carandini, sul Corriere: nel 2010 i fondi per i Beni culturali in Italia sono stati lo 0,21 per cento del Pil, contro circa il 2,25 per cento di Francia, Germania e Inghilterra. Fra le conseguenze di questi numeri rientrano probabilmente anche il crollo a Pompei e il cattivo stato di molti siti archeologici e musei.
Andrea Garibaldi
Pubblicazione: 19-11-2010, Sito della Camera dei Deputati (scarica in formato pdf)
Sezione: Resoconti
Seduta n. 398 di venerdì 19 novembre
2010
DISEGNO DI LEGGE: DISPOSIZIONI PER LA FORMAZIONE DEL BILANCIO ANNUALE E PLURIENNALE DELLO STATO
(LEGGE DI STABILITÀ 2011) (A.C. 3778-A)
ODS 109: Incremento delle risorse necessarie a garantire la continuità dell’attività svolta dagli Istituti culturali
Nella discussione della legge di Stabilità (Finanziaria) l’Ordine del giorno presentato, con l’impegno per il Governo a prevedere l’incremento delle risorse necessarie a garantire la continuità dell’attività svolta dagli Istituti culturali, è stato recepito dal sottosegretario Luigi Casero.
INTERVENTO IN AULA PER ILLUSTRAZIONE ODG
MANUELA GHIZZONI. Signor Presidente, in Italia ci sono istituzioni molto note che rappresentano la cultura e la storia del nostro Paese. Si tratta di istituzioni varie che si occupano di molti ambiti. Potrei ricordare, a titolo di mero esempio, Italia Nostra, il FAI, la Fondazione Rossini, la Fondazione Festival Pucciniano, il Museo storico della liberazione di via Tasso qui a Roma, la Fondazione Basso, l'Istituto Sturzo, l'Accademia nazionale di Santa Cecilia, l'Istituto storico italiano per il Medioevo, la Società italiana geografica.
Nei confronti di queste istituzioni, signor Presidente, si potrebbe dire che il Governo in carica (o almeno fino a quando lo sarà) si è accanito con metodo scientifico. Ci sono le prove, perché dall'inizio della legislatura, con le diverse finanziarie, i fondi destinati a queste istituzioni sono stati dimezzati sistematicamente. Ora siamo al capolinea, poiché con le risorse previste dalla legge di stabilità, che voi vi accingete ad approvare, queste istituzioni sono destinate certamente a contrarre la loro attività, a ridurla fortemente, se non addirittura a chiudere i battenti (come ad esempio ha annunciato il Museo di via Tasso). Ora, evidentemente, questo è l'obiettivo del Governo, cioè chiudere quei luoghi di ricerca e di studio, di approfondimento libero e autonomo, ritenuti evidentemente inutili zavorre oppure improduttivi. Credo che questa sia una politica assolutamente miope e irresponsabile, ma è altresì la manifestazione plastica di un Governo che non è in grado - perché non ne ha la volontà - di tutelare il patrimonio culturale, di promuovere la cultura, e in questo modo di incrementare il grado di civiltà e di progresso civile del nostro Paese.
A.C. 3778-A - Ordini del giorno
La Camera,
premesso che:
gli istituti culturali, di cui alla legge 17 ottobre 1996, n. 534, contribuiscono attivamente all'attività culturale del nostro Paese;
gli istituti culturali oltre a promuovere importanti attività di ricerca, dispongono di un rilevante patrimonio bibliografico, sviluppano attività di catalogazione e applicazioni informatiche, finalizzate alla costruzione di basi di dati e di immagini che costituiscono strumenti significativi per le attività di programmazione dei Ministeri competenti nei settori dei beni culturali e della ricerca scientifica;
dal provvedimento in esame si registra una riduzione dei finanziamenti agli enti e agli istituti culturali (capp. 3670, 3671), che può portare alla chiusura di molti istituti culturali che svolgono attività fondamentali,
impegna il Governo
a prevedere, in sede di discussione del primo provvedimento utile, l'incremento delle risorse necessarie a garantire la continuità delle attività svolte dai prestigiosi istituti culturali.
9/3778-A/107. Ghizzoni, Bachelet, Nicolais, Coscia, De Biasi, Levi, De Pasquale, De Torre, Lolli, Mazzarella, Melandri, Siragusa, Rossa, Pes, Antonino Russo, Vaccaro.
Pubblicazione: 16-11-2010, Il Corriere della Sera (scarica in formato pdf)
Sezione: Culture
Fondi dimezzati Istituti culturali a rischio chiusura
Sono di nuovo sul piede di guerra contro il ministero dell' Economia le fondazioni appartenenti all' Associazione delle istituzioni di cultura italiane (Aici). Enti come l' Accademia della Crusca, la Fondazione Basso, l' Istituto Sturzo, la Società geografica italiana. Denunciano il fatto che nel maxiemendamento alla legge di Stabilità (quella che un tempo si chiamava Finanziaria) del governo non è prevista alcuna risorsa supplementare per i beni culturali. «Così molte fondazioni dovranno chiudere al pubblico - avverte la segretaria dell' Aici, Lucia Zannino - e si perderanno centinaia di posti di lavoro tra gli operatori del settore». La manovra economica varata a metà di quest' anno prevedeva la cessazione dei finanziamenti statali agli enti culturali privati, previsti dalla legge 534 del 1996, con la possibilità di recuperare solo un misero 30 per cento. «Ma noi ci siamo ribellati - ricorda Lucia Zannino - ed è intervenuto il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi. Così il taglio è sceso dal 70 al 50 per cento. In seguito, nel mese di luglio, lo stesso ministro Bondi ha recuperato risorse su altri capitoli di spesa e la riduzione per il 2010 è stata limitata al 16 per cento. Sono somme minime, pochi milioni di euro, che non incidono certamente sui conti dello Stato. E per giunta vengono erogate sempre con enorme ritardo: finora quest' anno abbiamo incassato solo un terzo di quanto ci spetta, ma ci è stato assicurato che il saldo arriverà. Il buco nero a questo punto riguarda il 2011». Già, perché per il prossimo anno è confermato il taglio originario del 50 per cento, che rischia di far precipitare molti dei 121 istituti finanziati dalla tabella del ministero dei Beni culturali (Mibac) in una crisi drammatica. Il conto è presto fatto: da 6 milioni e mezzo di euro stanziati nel 2009, per il 2011 si scenderebbe a circa 3 milioni e 250 mila. Una botta micidiale. «Secondo le nostre valutazioni - sottolinea Lucia Zannino - circa il 40 per cento degli enti compresi nella tabella rischia di cessare ogni tipo di servizio al pubblico. Hanno già dovuto ridurre di molto l' accessibilità istituti di notevole prestigio come la Fondazione Querini Stampalia di Venezia, che si trova in uno splendido palazzo nobiliare e dispone di un patrimonio prezioso. So che vive un momento di grave difficoltà la Società di studi valdesi di Torre Pellice, che rappresenta un' importante minoranza religiosa. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare all' infinito». In un quadro del genere, l' assenza di somme integrative nel maxiemendamento presentato dal ministro dell' Economia Giulio Tremonti suona come una sorta di campana a morto. «Si è fatto uno sforzo per gli enti locali - nota Lucia Zannino - e per l' università, ma i Beni culturali non hanno avuto nulla. Se non cambia qualcosa in Parlamento, sarà difficile rimediare in corso d' opera durante il 2011. Trovo assai grave che la cultura sia colpita in questo modo. Il problema del resto non riguarda soltanto noi, ma musei, biblioteche, archivi, siti archeologici. Tutto un patrimonio di cui a parole il nostro Paese va molto fiero, ma che poi viene regolarmente trascurato e penalizzato dalle scelte di governo»
Antonio Carioti
Pubblicazione: 30-07-2010, Sito del MIBAC. Sala stampa. Comunicati stampa (scarica in formato pdf)
Bondi, al via riforma del sostegno statale alle istituzioni culturali
Il Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Sandro Bondi, esprime soddisfazione per l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri della riforma delle modalità di assegnazione del contributo statale a sostegno delle istituzioni culturali, contenuta nel più ampio disegno di legge riguardante il cinema. Il provvedimento introduce una nuova disciplina per la concessione dei contributi pubblici, ispirata a criteri di trasparenza, efficienza ed efficacia degli interventi, superando i vecchi automatismi nella distribuzione dei fondi.
Roma, 30 luglio 2010
Ufficio Stampa MiBAC
06-67232261/2
Redattore: RENZO DE SIMONE
Pubblicazione: 19-07-2010, Sito del MIBAC (scarica in formato pdf)
Intervento del Ministro Sandro Bondi in occasione della
Conferenza Stampa di presentazione delle assegnazioni di risorse statali agli Enti e alle Istituzioni Culturali
Il mio compito in questi due anni non è stato semplice.
Mi sono mosso - per così dire – in un territorio nemico e doppiamente accidentato.
Da un lato, la persistenza per lo meno a livello corporativo di un’antica egemonia di sinistra, dall’altro l’impostazione statalista del finanziamento della cultura, reso ancora più evidente dalle ristrettezze della crisi.
In qualche modo, tuttavia, la crisi ha rappresentato anche un’opportunità, un’occasione per affrontare alla radice il problema del rapporto tra l’attività culturale e il finanziamento dello Stato.
In Italia, inoltre, i problemi da affrontare sono anche altri: il modo di tradurre in pratica la sfida del federalismo, il modo di affrontare una realtà policentrica anche nel campo delle istituzioni culturali, il rapporto tra beni culturali e sviluppo economico.
Ho cercato di affrontare tutti questi nodi. Prima con la speranza che la sinistra comprendere il valore positivo di una alleanza a favore della cultura, poi da solo perché tutti i ponti che ho cercato di costruire sono stati fatti crollare.
1) La questione del federalismo ha posto la questione principale della funzione e dei compiti di questo ministero. Ho difeso strenuamente il principio che la tutela restasse saldamente nelle mani dello Stato centrale. Già in sede di redazione della legge delega sul federalismo, la legge n. 42 del 2009, a proposito della norma su Roma capitale (art. 24), ho voluto che le funzioni di tutela del patrimonio archeologico, storico, artistico e architettonico di Roma restassero intestate al Ministero. Agli enti locali abbiamo invece giustamente riconosciuto l’importante ruolo di concorso nella valorizzazione di questo inestimabile patrimonio. In sede di approvazione del recente decreto legislativo sul federalismo demaniale (decreto n. 85 del 2010) ho ottenuto che i beni culturali fossero esclusi dal trasferimento generalizzato (art. 5, comma 2) e il loro trasferimento alle autonomie territoriali fosse sempre subordinato al fine della migliore gestione e della massima fruizione pubblica dei beni, sulla base di appositi accordi tra il Ministero e i Comuni; ho preteso inoltre che questi trasferimenti dovessero essere attuati non contro, ma nel quadro e nel rispetto del codice dei beni culturali e del paesaggio (come previsto nell’art. 5, comma 5).
2) In merito al rapporto tra la tutela dei beni culturali e ambientali e lo sviluppo economico del Paese, questo Ministero ha cambiato fisionomia. Dal ministero dei NO, è diventato un Ministero che non frena lo sviluppo economico, ma lo rende possibile pur tutelando in maniera rigorosa il patrimonio storico e ambientale del Paese. Ad esempio, sono ormai 100 le procedure di impatto ambientale sbloccate dal Ministero dal 2008 ad oggi: tutte con pareri favorevoli dei soprintendenti e senza mai rivolgersi al consiglio dei ministri per superare qualsiasi parere. Nel rapporto tra tutela e semplificazione ho sempre perseguito l’obiettivo di una semplificazione ragionata e ragionevole, capace di coniugare le esigenze della tutela del patrimonio culturale con quelle della competitività e della riduzione del carico burocratico sui cittadini e sulle imprese. Ho accettato, in tal senso, nel recente decreto legge sulla manovra, una modifica normativa che rende applicabile il meccanismo acceleratorio della conferenza dei servizi anche ai soprintendenti, perché è giusto che l’amministrazione debba dare a un certo punto una risposta certa e univoca alla domanda di autorizzazione, ma ho anche preteso che fossero posti alcuni “paletti” a garanzia dell’effettiva partecipazione degli uffici periferici del Ministero. Mi sono invece opposto, e con successo, all’emendamento introduttivo della così detta SCIA (“segnalazione certificata di inizio di attività”), che avrebbe dovuto applicarsi anche alle autorizzazioni previste dal codice per gli interventi su beni culturali e paesaggistici; un emendamento di iniziativa parlamentare che negava la natura sensibile e qualificata degli interessi e dei valori di tutela del patrimonio culturale, che è stato infine ritirato per riaffermare il principio fondamentale per cui la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale devono accompagnare la crescita e lo sviluppo nella direzione giusta della qualità e della coerenza con l’identità culturale del Paese.
3) Riguardo all’impostazione statalista dei finanziamenti alla cultura, mi riconosco pienamente in un editoriale firmato dal professor Angelo Panebianco, secondo cui oggi la cultura è “cultura di Stato” nel senso che è interamente finanziata dallo Stato (appello al mecenatismo e alle classi dirigenti di questo Paese). Ecco tutto il mio impegno è rivolto a liberare la cultura dall’abbraccio soffocante dello Stato restituendo un ruolo alla società civile. Come stiamo facendo riguardo ai Teatri. Ad esempio.
4) Questa volontà riformatrice è rappresentata dal decreto di riforma delle Fondazioni lirico-sinfoniche, che è divenuto legge, dal disegno di legge sul cinema che presenterò al prossimo consiglio dei ministri, dalla riforma quadro dello spettacolo dal vivo d’iniziativa parlamentare in via di approvazione alla camera dei deputati, fino alla questione del finanziamento delle istituzioni culturali.
5) Per quanto riguarda il taglio ventilato agli istituti di cultura, ho scongiurato la soppressione di importanti realtà culturali e ora sono riuscito a lasciare sostanzialmente inalterato per l’anno in corso il contributo statale. L’abolizione dei contributi per i comitato celebrativi non credo francamente incida sulla cultura. Per il futuro, nel disegno di legge che presenterò in un prossimo consiglio dei ministri è contenuta una nuova disciplina per la concessione dei contributi pubblici, che sia trasparente e consenta di premiare poche istituzioni di grande prestigio, le cui performance culturali siano valutabili anche in una dimensione economicamente sostenibile. Come succede nei paesi anglosassoni, l’istituzione riceverà dallo Stato finanziamenti crescenti in rapporto alla capacità di attrarre capitali privati e di coinvolgere il mecenatismo nazionale e locale. E’ ovvio che è impensabile che la cultura regga nel mercato senza alcun sostegno ed è giusto che il valore vada misurato soprattutto con parametri non economici, ma trovo insensato come succede oggi che quanto più un’istituzione perde tanto più il disavanzo venga coperto dallo Stato. Un sistema oggi non solo insostenibile dal punto di vista economico, ma a mio parere perfino immorale.
6) Chi voglia giudicare senza pregiudizi il mio operato, si accorgerà che questo pensiero informa con coerenza tutte le riforme che sto cercando di rendere definitive.
7) In questo senso va la creazione di una nuova Direzione per la Valorizzazione affidata ad un manager come Mario Resca che sta dando i primi frutti in termini di aumento dei visitatori nei nostri musei e in termini di nuove regole per la gestione dei servizi aggiuntivi. Dopo tre anni di proroghe sono partite il 30 giugno le nuove gare d’appalto per il rinnovo dei concessionari museali che amplieranno il numero di operatori in competizione tra loro e quindi un auspicato miglioramento dei servizi per il pubblico (biglietterie, bar, bookshop…), nonché gli introiti che saranno poi messi a disposizione della conservazione del nostro patrimonio storico e artistico. E’ di ieri il nuovo accordo per la Pinacoteca e l’Accademia di Brera, che dopo 35 anni consentirà al principale museo statale di Milano di divenire la più grande istituzione culturale del nord Italia e competere con le principali realtà museali internazionali.
8) In questo senso va la riforma degli enti lirici, enti dal punto di vista della spesa completamente fuori controllo e con un passivo totale accumulato in questi anni preoccupante. Nonostante le falsità che vengono divulgate e i proclami di battaglia nonché gli scioperi irresponsabili di qualche giorno fa, come se la lirica fosse l’ultimo ridotto del sindacalismo lontano dalla realtà, chiunque conosca questo settore sa perfettamente che se non avessimo votato questa riforma, i teatri lirici sarebbero stati destinati al fallimento e questo malgrado ogni anno vengano sostenuti con centinaia di milioni di euro tra finanziamenti statali, locali e privati. E malgrado il costo di accesso per il pubblico rimanga a volte proibitivo. Dopo l’approvazione della nuova legge, ho già messo al lavoro i miei Uffici con il compito di presentare al Parlamento i regolamenti governativi, con l’aiuto di esperti del mondo della cultura.
9) In questo senso va la riforma del finanziamento al cinema che vedrà il rinnovo fino al 2013 del tax credit e del tax shelter, cioè un sistema di finanziamento indiretto attraverso la defiscalizzazione che premia chi è in grado di attrarre capitali privati e che non impone nessuna forma di “controllo” politico.
10) Dicevo all’inizio che la crisi è stata anche un’opportunità di cambiamento;
11) Le riforme erano e sono necessarie, ma ora si impone un’attenzione particolare verso la cultura.
12) Chiederò al Presidente del Consiglio che si svolga una riflessione approfondita sulla cultura in una seduta del governo e l’insediamento di un tavolo istituzionale, con la sua presenza, quella del dottor Letta, di alcuni ministri come quello degli Esteri, del turismo, e quella del ministro dell’economia.
13) Dobbiamo essere consapevoli delle riforme che abbiamo realizzato, ma anche che il rapporto con il mondo della cultura non è un problema che riguardi solo la mia persona, ma l’intero governo e la maggioranza nel suo complesso.
14) A questo tavolo presenterò delle proposte necessarie per continuare a lavorare lungo la strada delle riforme: in caso contrario le stese riforme rischieranno di fallire.
15) La prima questione che intendo porre è quella di un provvedimento coerente di defiscalizzazione dei contributi alla cultura. Qui bisogna essere chiari: non è una richiesta che costa: è un contributo che la cultura offre al Paese. Non voglio più che le nostre richieste siano ritenute delle spese. Non dobbiamo essere noi a chiedere, ma le istituzioni a riconoscere il contributo che il mondo della cultura offre allo sviluppo del Paese. 3 esempi: sapete che ogni anno oltre 6 milioni di persone visitano il Colosseo? Sapete che la mostra del Caravaggio alle scuderie del Quirinale ha avuto finora oltre 600mila visitatori? Sapete che la notte del Caravaggio ha attratto ben 25 mila persone?
16) Andremo avanti sulla strada del cambiamento. L’autonomia dei Musei (dal punto di vista gestionale e finanziario) e un Piano per il Sud che presenterò ai governatori delle Regioni del Mezzogiorno (fondi FAS e quelli POIN che non sono stati ancora spesi o vanno rimodulati secondo diverse esigenze).
17) Sempre per quanto riguarda il contributo che il mio ministero offre allo sviluppo del Paese, voglio ricordare i programmi culturali raggiunti a livello internazionale (cito solo l’anno della cultura cinese che si inaugura il prossimo ottobre, l’anno della cultura russa e della cultura italiano che si svolgerà nel 2011).
18) Infine, la questione del 150 anni dell’Unità d’Italia, il cui fulcro non saranno le opere edilizie, ma la cultura e la memoria culturale del nostro Paese.
Pubblicazione: 21-07-2010, Corriere della sera (scarica in formato pdf)




Pubblicazione: 19-07-2010, Corriere della sera (scarica in formato pdf)
Sezione: Editoriali e commenti. Pubblici & privato
Il mecenatismo è in declino e la politica dimentica la cultura
Non bastano i manager di pura formazione economica
Fino a non molto tempo fa l’unico modo per diventare veramente ricco era fare l’imprenditore industriale. Molti sono partiti dal nulla ed hanno creato a poco a poco la propria impresa inventando i prodotti, le macchine, la distribuzione insieme ai propri collaboratori, ai propri tecnici, ai propri operai. E poi hanno plasmato l’ambiente sociale che li circondava, imprimendogli il proprio marchio. Talvolta raccogliendo attorno a sé scienziati, artisti, scrittori, creando premi letterari. Nomi come Agnelli, Mattei, Ferrari, Ferrero, Barilla, Marzotto, Ratti, Merloni, Pirelli, Mondadori, Trussardi, Della Valle, Rizzoli, Benetton, Borletti, Zegna, Armani, evocano grandi complessi industriali, stupendi palazzi, fondazioni, iniziative culturali e meravigliose collezioni d’arte.
Oggi la ricchezza invece viene sempre più spesso dalla finanza o dal successo sportivo o televisivo. Molte imprese sono governate da un manager economico che passa da una impresa all’altra, da un Paese all'altro e non è interessato a creare una sede raffinata, una rete di rapporti umani stabili, una comunità di artisti. Spesso non ha un proprio gusto, si rimette all’architetto più famoso. Per la pubblicità usa le agenzie, per i congressi e le conventions si affida ai conduttori televisivi più noti . Il mecenatismo che nasceva dall’incontro personale fra imprenditori e uomini di cultura è in declino. Oggi l’alta cultura viene finanziata essenzialmente dallo Stato o dalle amministrazioni pubbliche. Ma anche i politici non hanno più il sapere di un tempo e, assorbiti dalle estenuanti battaglie verbali, guardano ai risultati elettorali immediati. Non dialogano, non fanno progetti a lungo termine, non creano istituzioni culturali di grande respiro.
Eppure se un Paese vuol crescere deve ricostituire un intenso rapporto umano fra politica, impresa e alta cultura. Per fare un passo in questa direzione bisogna che i politici trovino un po’ di tempo per cercare e poi affidare la creazione e la gestione delle istituzioni culturali ad uomini di alta cultura che siano nello stesso tempo dei bravi leader e dei bravi manager. Non bastano dei manager di pura formazione economica, non bastano i loro militanti o affiliati. Devono rivolgersi a persone con una profonda formazione, con un vero sapere e con una morale della qualità che le mette in condizione di giudicare e di scegliere. È un compito importante per la classe politica di oggi e di domani
Francesco Alberoni
Pubblicazione: 13-07-2010 Sito della presidenza della Repubblica (scarica in formato pdf)
Sezione: Interventi e interviste
Intervento del Presidente Napolitano
alla inaugurazione della nuova sede della
Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati
Trieste, 13/07/2010
Ringrazio il Sindaco, il Presidente della Provincia e il Presidente della Regione per l'accoglienza che mi è stata riservata, e con loro innanzitutto ringrazio il Direttore Fantoni, anche per le parole che mi sono state molto generosamente dedicate.
Io sono qui oggi - voi lo sapete, lo ha ricordato il Sindaco Di Piazza - per un importante evento che avrà luogo questa sera.
C'è costato fatica perché abbiamo dovuto superare malintesi o preoccupazioni su ambedue le sponde, ma credo che abbiamo trovato un giusto punto di equilibrio. Credo che, avendo io stesso in questi tre anni voluto celebrare in Quirinale il "Giorno del Ricordo" - rendendomi personalmente e direttamente partecipe del dolore di tutti coloro che hanno vissuto le tragedie della scorsa guerra, e anche tragedie più antiche, e ne hanno pagato le sofferenze - tributando omaggio a queste persone, e a ciò che rappresentano le storie dell'esilio e le storie delle foibe, ho nello stesso tempo sempre voluto guardare avanti. Perché il nostro dovere è guardare avanti.
Oltretutto noi abbiamo, su questa sponda e sull'altra, dei nuovi paesi democratici: abbiamo due di questi tre paesi che sono parte dell'Unione Europea, un altro che mi auguro possa entrare presto a farne parte. Non potremmo costruire nulla sulla coltivazione del passato, non possiamo mai essere prigionieri del passato. Dobbiamo saper costruire un clima di collaborazione operosa di cui già esistono tutte le condizioni, e che spero potrà ricevere impulso anche questa sera dall'evento che dobbiamo all'iniziativa di un grande musicista italiano, il maestro Muti.
Però sono molto lieto di aver potuto cogliere l'occasione anche per rendere omaggio alla SISSA., al suo direttore, al suo direttore amministrativo, a tutti i docenti, i ricercatori e gli studenti e a tutto il personale amministrativo e tecnico perché state realizzando qualcosa di molto importante. Ci avete lavorato in questi anni, e l'inaugurazione della nuova sede rappresenta, può rappresentare e sicuramente rappresenterà, una svolta ulteriore nella direzione fondamentale che è quella della ricerca a cui vi dedicate con rilevante successo.
Credo che noi dobbiamo valorizzare al massimo quello che si fa in Italia nel campo della ricerca e le energie che riusciamo a sprigionare grazie alla motivazione e all'impegno di nuove generazioni.
Sono stato nel mese di giugno a Napoli per celebrare l'anniversario della creazione, sotto la guida e l'iniziativa di Adriano Buzzati Traversi, del laboratorio internazionale di genetica e biofisica che fu davvero un'impresa d'avanguardia in quei lontani anni '60.
Qualche settimana fa ho incontrato al Quirinale i ricercatori del progetto ricerca in Antartide, e ho potuto anche dialogare in videoconferenza con i nostri ragazzi che stanno laggiù in condizioni abbastanza dure, che affrontano con sacrificio la loro missione. Queste sono realtà essenziali per l'Italia. La SISSA. è una di queste,e io ritengo che noi dobbiamo avere sempre molto fortemente presente educazione , ricerca, alta formazione, come garanzia per il nostro avvenire.
Vedete, io conto, e conta il Ministro Gelmini, sulla discussione della prossima settimana - a partire da martedì - nell'assemblea del Senato sulla legge di riforma universitaria. E penso - lo voglio dire apertamente - che legge di riforma e dotazione adeguata di risorse per il funzionamento dell'università e della ricerca siano due facce della stessa medaglia.
Nessuno, anche e in modo particolare i giovani, nessuno di quanti operano e studiano nelle nostre università a qualsiasi livello può negare l'esigenza di una riforma.
Noi abbiamo avuto, non nascondiamocelo, scelte discutibili e onerose, ad esempio di proliferazione delle sedi e di proliferazione di corsi di laurea. Abbiamo avuto fenomeni di disordine e di inefficienza nella governance del nostro sistema universitario. A ciò deve porre riparo una legge di riforma che spinga il sistema universitario italiano verso livelli di produttività e di competitività sempre più alti nel rapporto con gli altri paesi, europei e non soltanto europei.
Siamo in una fase di consolidamento della finanza pubblica che viene affrontata in tutti i paesi europei sotto il peso e l'assillo di una crisi finanziaria ed economica globale e anche di una conseguente espansione dell' indebitamento pubblico. Il nostro paese partiva da una condizione particolarmente pesante, perché nel corso dei decenni è stato accumulato un eccezionale stock di debito pubblico. Noi possiamo avere qualsiasi discussione nel nostro paese sulle scelte da fare, sulle misure da adottare, ma non c'è dubbio che non possiamo continuare a far pesare sulle spalle delle giovani generazioni un debito così pesante dello Stato, che significa ogni anno spendere risorse pari a diversi punti del Prodotto interno lordo non per investire ma per pagare il servizio del debito pubblico. Noi dobbiamo via via alleggerire questo fardello sulle nostre spalle e quindi abbiamo bisogno di misure anche di severa restrizione della spesa pubblica, in particolare della spesa pubblica corrente.
Vorremmo sempre salvaguardare la spesa pubblica per investimenti, in modo particolare quelli per la ricerca e per l'alta formazione. Nel corso di almeno tre decenni la spesa pubblica è cresciuta al di fuori di qualsiasi ordine di priorità. Ho avuto una sia pur breve esperienza di governo e so quanto sia difficile se si siede al tavolo del Consiglio dei Ministri definire le priorità, però dobbiamo riuscire a farlo. E non riconoscere la priorità dell'alta formazione e della ricerca significa non avere senso del nostro futuro, non avere senso dell'identità e del ruolo della nazione italiana. Questo significa davvero il riconoscere o non riconoscere la priorità della ricerca scientifica, la priorità dell'alta formazione. Il luogo della ricerca non è solo università ma è anche l'università.
Perciò prendo atto con molta fiducia dell'impegno pubblico e diretto del Ministro dell'Economia a provvedere nella parte successiva all'approvazione del decreto sulla manovra finanziaria, e cioè in vista della definizione degli impegni di bilancio per il prossimo anno, a discutere con serietà il fabbisogno del fondo di finanziamento ordinario dell'università.
Questo impegno potrà tanto più facilmente (o meno difficilmente) essere rispettato quanto più nello stesso tempo staremo procedendo sulla via della riforma del sistema universitario. Una riforma che naturalmente deve essere aperta al pieno riconoscimento delle Scuole Superiori come la SISSA, Scuole di eccellenza dal punto di vista della ricerca e degli studi avanzati.
Vedete, dovremo in ottobre celebrare il 200° anniversario della "Scuola Normale di Pisa": questa scuola di eccellenza della ricerca e degli studi è nata 50 anni prima dello Stato italiano, questo per dire quanto può la ricerca rappresentare l'elemento motore di ogni sviluppo anche civile e istituzionale.
Mi auguro che riusciremo a lavorare in questa direzione. Intanto, io desidero davvero rendere omaggio a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questa nuova sede e che contribuiscono quotidianamente a portare avanti qui la ricerca.
Dico sopratutto ai giovani: non è facile chiedervi di avere fiducia ma guai se non avete fiducia. Dovete avere fiducia nella capacità di avanzamento del nostro paese e, quindi, anche della ricerca nel nostro paese.
Io esito a dire "salviamo la ricerca", perché mi rifiuto di accettare che la ricerca stia annegando. Preferisco dire: facciamo vivere e crescere la ricerca, e mettiamocela tutta: la questione della ricerca, la questione dell'università si lega strettamente alla questione del lavoro e del futuro per i giovani.
L'Istituto Centrale di Statistica ha fatto recenti elaborazioni molto interessanti. Ho scoperto che si è inventata anche una nuova categoria: NEET che sta per Not in Employment, Education or Training, e si riferisce a masse di giovani che sono fuori dell'occupazione, ormai fuori del ciclo educativo e anche fuori da una attività di formazione e addestramento.
Noi dobbiamo assolutamente attingere a questa straordinaria risorsa di cui il nostro Paese dispone, pur non essendo un paese in crescita demografica. Guai se sprechiamo queste energie, queste risorse.
Naturalmente non c'è nulla di negativo in sé nel fatto che i nostri giovani vadano all'estero. Non dobbiamo essere provinciali, sappiamo farci valere anche fuori d'Italia. Ma è importante che coloro i quali vogliono continuare in Italia abbiamo la possibilità di farlo e anche che chi è andato all'estero abbia la possibilità di tornare. Abbiamo alcuni esempi anche di scienziati, di ricercatori di alto livello che sono tornati. Questa strada deve essere proseguita e dobbiamo tutti insieme lavorare - ciascuno avendo le sue idee, le sue posizioni - per la riforma, per il rinnovamento, per la razionalizzazione del sistema dell'università e della ricerca e per lo sviluppo economico e sociale del Paese.
E' molto importante, come qui si è sottolineato, che il progetto della nuova sede sia partito con certe amministrazioni e sia continuato con quelle che vi sono succedute. Sono sicuro - non ho dubbi a questo proposito - che in un paese democratico non mancheranno mai i campi, i problemi, le scelte su cui competere per il voto degli elettori, su cui contendere i consensi e su cui confrontarsi, anche aspramente come è fisiologico, nelle assemblee rappresentative. Ma ci sono alcuni problemi, ci sono alcune scelte che esigono condivisione, perché sono scelte non di breve ma di medio e lungo periodo che non possono essere disfatte solo che cambi il colore di un'amministrazione o di un governo regionale. Sono scelte che richiedono una larga condivisione e una continuità, come quella che si è realizzata qui a Trieste e davvero me ne compiaccio molto vivamente. Con questo spirito desidero ancora salutarvi e ringraziarvi essendo, lo ripeto, davvero lieto di partecipare a questo momento inaugurale della nuova sede della SISSA..
Pubblicazione: 10-07-2010, L'Unità (scarica in formato pdf)
Sezione: Culture
Le associazioni: i tagli uccidono la cultura
I tagli uccidono la cultura. Lo denunciano Federculture, Civita, Fai, Italia Nostra, Legambiente e Wwf in una lettera a Berlusconi, Bondi e Tremonti. Ecco il testo del loro comunicato e della lettera (nella foto il sito archeologico di Alba Fucens in Abruzzo).
Roberto Grossi - Presidente Federculture
Antonio Maccanico - Presidente Civita
Ilaria Borletti Buitoni - Presidente FAI - Fondo per l'ambiente italiano
Alessandra Mottola Molfino - Presidente Italia Nostra
Vittorio Cogliati Dezza - Presidente Legambiente
Stefano Leoni - Presidente WWF .
L’Italia è a rischio recessione culturale. È quanto denunciano le principali Associazioni nazionali della cultura e dell’ambiente - Federculture, Civita, FAI, Italia Nostra, Legambiente e WWF - in una lettera aperta al Presidente del Consiglio, al Ministro per i Beni e le Attività Culturali, al Ministro dell’Economia e delle Finanze, nella quale segnalano le gravi ripercussioni che la manovra anticrisi avrà sulle politiche culturali nel nostro Paese. Il Dl 78/2010 mette in discussione la tutela e la promozione del nostro patrimonio culturale e ambientale, sancite dall’art. 9 della Costituzione, e penalizza un settore vitale che contribuisce positivamente all’economia del paese, con conseguenze negative sulle possibilità di uscita dall’attuale crisi e sulle prospettive di una futura e duratura crescita.
Al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro per i Beni e le Attività Culturali, al Ministro dell’Economia e delle Finanze.
Con la manovra anticrisi (Dl 78/2010) il Governo mostra di non tener conto del ruolo della cultura nello sviluppo economico e sociale del Paese e riduce ulteriormente le risorse ad un settore già colpito, negli ultimi anni, da forti tagli di spesa.
Ai tagli dello Stato, che dal 2005 ad oggi hanno comportato una diminuzione di un terzo di spesa del Ministero, si aggiunge la stretta sui bilanci di Regioni ed Enti Locali che ne limita le risorse e le possibilità d’azione e programmazione con una riduzione drastica dei servizi erogati al cittadino. Inevitabilmente anche il settore culturale risentirà degli effetti della minore capacità di spesa delle Amministrazioni Locali.
La manovra rischia di mettere in discussione il principio costituzionale di tutela e promozione del nostro patrimonio culturale, artistico, ambientale, sancito dall’art. 9 della Costituzione.
La riduzione del 50% delle risorse destinate agli istituti culturali, quasi fossero tutti enti inutili, senza l’individuazione di criteri o parametri oggettivi che valutino l’effettiva esistenza di sprechi, decreterà un ulteriore e indiscriminato abbassamento dell’intervento pubblico per la cultura, che mette ormai a rischio quantità e qualità dei servizi culturali nel Paese.
Non si investe, anzi risultano ulteriormente penalizzate le ricchezze artistiche ed ambientali, l’industria creativa e la produzione culturale che sono un volano per l’economia, la competitività locale, l’occupazione.
L’assoluta necessità di ridurre spese e sprechi è condivisa da tutti, ma non è possibile rinunciare alla cultura, depauperare il Paese di quelle ricchezze di storia e produzione artistica che sono la nostra carta d’identità sulla scena internazionale ed asset principali per la competitività di città e territori. La recessione culturale rappresenta un danno troppo grave che il paese non si può permettere e i cui effetti negativi si farebbero sentire per molti anni ben al di là della crisi economica.
Federculture, Civita, FAI, Italia Nostra, Legambiente, WWF sono impegnati con Enti Locali, Associazioni, Amministratori, Operatori di settore e Imprese a sostenere la crescita ed un vero progetto di rilancio del Paese attraverso la cultura, la creatività, il paesaggio ed insieme:
Reclamano un’azione coraggiosa che colpisca le inefficienze e valorizzi le eccellenze e la qualità.
Chiedono a chi ha la responsabilità delle scelte di andare fino in fondo e applicare criteri selettivi trasparenti e condivisi in grado di ridurre gli sprechi e di aumentare realmente la produttività salvaguardando tutti quegli enti che garantiscono la ricerca, servizi ai cittadini e l’immagine del nostro Paese all’estero.
Auspicano un maggiore intervento pubblico che incoraggi il coinvolgimento dei privati, oggi non adeguatamente sostenuto, per continuare ad alimentare i virtuosi meccanismi di crescita delle realtà che rappresentano.
Chiedono che il Governo applichi severi meccanismi di controllo all’introduzione del federalismo demaniale che, proprio in questo momento di gravissime difficoltà della finanza pubblica, rischia di trasformarsi in una svendita del patrimonio artistico e ambientale del nostro Paese.
Sostengono con forza che i nostri giovani debbano avere un futuro basato sulla cultura, sulla conoscenza e sulla creatività affinché non si debba più assistere ad una sistematica emigrazione intellettuale che depaupera il Paese delle sue migliori risorse intellettuali e ne pregiudica il futuro.
Pubblicazione: 09-07-2010, L'Osservatore romano (scarica in formato pdf)
L'incontro del Pontefice con i giovani nella cattedrale di Sulmona
Senza memoria non c'è futuro
Il cristiano è uno che ama la storia e cerca di conoscerla
La memoria storica è "una marcia in più nella vita", perché "senza memoria non c'è futuro". Lo ha detto il Papa ai giovani di Sulmona incontrati domenica pomeriggio, 4 luglio, nella cattedrale cittadina.
Cari giovani!
Prima di tutto voglio dirvi che sono molto contento di incontrarvi! Ringrazio Dio per questa possibilità che mi offre di rimanere un po' con voi, come un padre di famiglia, insieme con il vostro Vescovo e i vostri sacerdoti. Vi ringrazio per l'affetto che mi manifestate con tanto calore! Ma vi ringrazio anche per ciò che mi avete detto, attraverso i vostri due "portavoce", Francesca e Cristian. Mi avete fatto delle domande, con molta franchezza, e, nello stesso tempo, avete dimostrato di avere dei punti fermi, delle convinzioni. E questo è molto importante. Siete ragazzi e ragazze che riflettono, che si interrogano, e che hanno anche il senso della verità e del bene. Sapete, cioè, usare la mente ed il cuore, e questo non è poco! Anzi, direi che è la cosa principale in questo mondo: imparare a usare bene l'intelligenza e la sapienza che Dio ci ha donato! La gente di questa vostra terra, in passato, non aveva molti mezzi per studiare, e nemmeno per affermarsi nella società, ma possedeva ciò che rende veramente ricco un uomo e una donna: la fede e i valori morali. È questo che costruisce le persone e la convivenza civile!
Dalle vostre parole emergono due aspetti fondamentali: uno positivo e uno negativo. L'aspetto positivo è dato dalla vostra visione cristiana della vita, un'educazione che evidentemente avete ricevuto dai genitori, dai nonni, dagli altri educatori: sacerdoti, insegnanti, catechisti. L'aspetto negativo sta nelle ombre che oscurano il vostro orizzonte: sono problemi concreti, che rendono difficile guardare al futuro con serenità e ottimismo; ma sono anche falsi valori e modelli illusori, che vi vengono proposti e che promettono di riempire la vita, mentre invece la svuotano. Cosa fare, allora, perché queste ombre non diventino troppo pesanti? Anzitutto, vedo che siete giovani con una buona memoria! Sì, mi ha colpito il fatto che abbiate riportato espressioni che ho pronunciato a Sydney, in Australia, durante la Giornata Mondiale della Gioventù del 2008. E poi avete ricordato che le gmg sono nate 25 anni fa. Ma soprattutto avete dimostrato di avere una vostra memoria storica legata alla vostra terra: mi avete parlato di un personaggio nato otto secoli fa, san Pietro Celestino V, e avete detto che lo considerate ancora molto attuale! Vedete, cari amici, in questo modo, voi avete, come si usa dire, "una marcia in più". Sì, la memoria storica è veramente una "marcia in più" nella vita, perché senza memoria non c'è futuro. Una volta si diceva che la storia è maestra di vita! La cultura consumistica attuale tende invece ad appiattire l'uomo sul presente, a fargli perdere il senso del passato, della storia; ma così facendo lo priva anche della capacità di comprendere se stesso, di percepire i problemi, e di costruire il domani. Quindi, cari giovani e care giovani, voglio dirvi: il cristiano è uno che ha buona memoria, che ama la storia e cerca di conoscerla.
Per questo vi ringrazio, perché mi parlate di san Pietro del Morrone, Celestino V, e siete capaci di valorizzare la sua esperienza oggi, in un mondo così diverso, ma proprio per questo bisognoso di riscoprire alcune cose che valgono sempre, che sono perenni, ad esempio la capacità di ascoltare Dio nel silenzio esteriore e soprattutto interiore. Poco fa mi avete chiesto: come si può riconoscere la chiamata di Dio? Ebbene, il segreto della vocazione sta nella capacità e nella gioia di distinguere, ascoltare e seguire la sua voce. Ma per fare questo, è necessario abituare il nostro cuore a riconoscere il Signore, a sentirlo come un Persona che mi è vicina e mi ama. Come ho detto questa mattina, è importante imparare a vivere momenti di silenzio interiore nelle proprie giornate per essere capaci di sentire la voce del Signore. State certi che se uno impara ad ascoltare questa voce e a seguirla con generosità, non ha paura di nulla, sa e sente che Dio è con lui, con lei, che è Amico, Padre e Fratello. Detto in una sola parola: il segreto della vocazione sta nel rapporto con Dio, nella preghiera che cresce proprio nel silenzio interiore, nella capacità di ascoltare che Dio è vicino. E questo è vero sia prima della scelta, al momento, cioè, di decidere e di partire, sia dopo, se si vuole essere fedeli e perseverare nel cammino. San Pietro Celestino è stato prima di tutto questo: un uomo di ascolto, di silenzio interiore, un uomo di preghiera, un uomo di Dio. Cari giovani: trovate sempre uno spazio nelle vostre giornate per Dio, per ascoltarlo e parlargli!
E qui, vorrei dirvi una seconda cosa: la vera preghiera non è affatto estranea alla realtà. Se pregare vi alienasse, vi togliesse dalla vostra vita reale, state in guardia: non sarebbe vera preghiera! Al contrario, il dialogo con Dio è garanzia di verità, di verità con se stessi e con gli altri, e così di libertà. Stare con Dio, ascoltare la sua Parola, nel Vangelo, nella liturgia della Chiesa, difende dagli abbagli dell'orgoglio e della presunzione, dalle mode e dai conformismi, e dà la forza di essere veramente liberi, anche da certe tentazioni mascherate da cose buone. Mi avete chiesto: come possiamo essere "nel" mondo ma non "del" mondo? Vi rispondo: proprio grazie alla preghiera, al contatto personale con Dio. Non si tratta di moltiplicare le parole - lo diceva già Gesù -, ma di stare alla presenza di Dio, facendo proprie, nella mente e nel cuore, le espressioni del "Padre Nostro", che abbraccia tutti i problemi della nostra vita, oppure adorando l'Eucaristia, meditando il Vangelo nella nostra stanza, o partecipando con raccoglimento alla liturgia. Tutto questo non distoglie dalla vita, ma aiuta invece ad essere veramente se stessi in ogni ambiente, fedeli alla voce di Dio che parla alla coscienza, liberi dai condizionamenti del momento! Così fu per san Celestino V: egli seppe agire secondo coscienza in obbedienza a Dio, e perciò senza paura e con grande coraggio, anche nei momenti difficili, come quelli legati al suo breve Pontificato, non temendo di perdere la propria dignità, ma sapendo che questa consiste nell'essere nella verità. E il garante della verità è Dio. Chi segue Lui non ha paura nemmeno di rinunciare a se stesso, alla sua propria idea, perché "chi ha Dio, nulla gli manca", come diceva santa Teresa d'Avila.
Cari amici! La fede e la preghiera non risolvono i problemi, ma permettono di affrontarli con una luce e una forza nuova, in modo degno dell'uomo, e anche in modo più sereno ed efficace. Se guardiamo alla storia della Chiesa vedremo che è ricca di figure di Santi e Beati che, proprio partendo da un intenso e costante dialogo con Dio, illuminati dalla fede, hanno saputo trovare soluzioni creative, sempre nuove, per rispondere a bisogni umani concreti in tutti i secoli: la salute, l'istruzione, il lavoro, eccetera. La loro intraprendenza era animata dallo Spirito Santo e da un amore forte e generoso per i fratelli, specialmente per quelli più deboli e svantaggiati. Cari giovani! Lasciatevi conquistare totalmente da Cristo! Mettetevi anche voi, con decisione, sulla strada della santità, cioè dall'essere in contatto, in conformità con Dio, - strada che è aperta a tutti - perché questo vi farà diventare anche più creativi nel cercare soluzioni ai problemi che incontrate, e nel cercarle insieme! Ecco un altro (segno) distintivo del cristiano: non è mai un individualista. Forse voi mi direte: ma se guardiamo, ad esempio, a san Pietro Celestino, nella scelta della vita eremitica non c'era forse individualismo, fuga dalle responsabilità? Certo, questa tentazione esiste. Ma nelle esperienze approvate dalla Chiesa, la vita solitaria di preghiera e di penitenza è sempre al servizio della comunità, apre agli altri, non è mai in contrapposizione ai bisogni della comunità. Gli eremi e i monasteri sono oasi e sorgenti di vita spirituale da cui tutti possono attingere. Il monaco non vive per sé, ma per gli altri, ed è per il bene della Chiesa e della società che coltiva la vita contemplativa, perché la Chiesa e la società possano essere sempre irrigate da energie nuove, dall'azione del Signore. Cari giovani! Amate le vostre Comunità cristiane, non abbiate paura di impegnarvi a vivere insieme l'esperienza di fede! Vogliate bene alla Chiesa: vi ha dato la fede, vi ha fatto conoscere Cristo! E vogliate bene al vostro Vescovo, ai vostri Sacerdoti: con tutte le nostre debolezze, i sacerdoti: sono presenze preziose nella vita!
Il giovane ricco del Vangelo, dopo che Gesù gli propose di lasciare tutto e di seguirlo - come sappiamo - se ne andò via triste, perché era troppo attaccato ai suoi beni (cfr. Mt 19, 22). Invece in voi io leggo la gioia! E anche questo è un segno che siete cristiani: che per voi Gesù Cristo vale molto, anche se è impegnativo seguirlo, vale più di qualunque altra cosa. Avete creduto che Dio è la perla preziosa che dà valore a tutto il resto: alla famiglia, allo studio, al lavoro, all'amore umano... alla vita stessa. Avete capito che Dio non vi toglie nulla, ma vi dà il "centuplo" e rende eterna la vostra vita, perché Dio è Amore infinito: l'unico che sazia il nostro cuore. Mi piace ricordare l'esperienza di sant'Agostino, un giovane che ha cercato con grande difficoltà, a lungo, al di fuori di Dio, qualcosa che saziasse la sua sete di verità e di felicità. Ma alla fine di questo cammino di ricerca ha capito che il nostro cuore è senza pace finché non trova Dio, finché non riposa in Lui (cfr. Le Confessioni, 1, 1). Cari giovani! Conservate il vostro entusiasmo, la vostra gioia, quella che nasce dall'aver incontrato il Signore e sappiate comunicarla anche ai vostri amici, ai vostri coetanei! Ora devo ripartire e debbo dirvi come mi dispiace lasciarvi! Con voi sento che la Chiesa è giovane! Ma riparto contento, come un padre che è sereno perché ha visto che i figli stanno crescendo e stanno crescendo bene. Camminate, cari ragazzi e care ragazze! Camminate nella via del Vangelo; amate la Chiesa, nostra madre; siate semplici e puri di cuore; siate miti e forti nella verità; siate umili e generosi. Vi affido tutti ai vostri santi Patroni, a San Pietro Celestino e soprattutto alla Vergine Maria, e con grande affetto vi benedico. Amen.
Pubblicazione: 30-06-2010, La Repubblica (scarica in formato pdf)
Sezione: Economia
La scure su musei e fondazioni
Rischiano tutti un taglio del 50%
Nel mirino anche istituti storici come il Croce, il Gramsci, lo Sturzo e il Basso. Il governo starebbe studiando un dimezzamento dei fondi per gli enti culturali
MANOVRA ROMA - Incertezza e precarietà minacciano la vita degli istituti culturali, sospesi sotto la scure della Finanziaria. Se non passasse l'emendamento del Partito democratico, che propone di eliminare i tagli o di contenerli entro il 10 per cento contro il dimezzamento previsto da Tremonti, è a rischio la sopravvivenza di musei e fondazioni, rappresentativi della più blasonata ed eterogenea mappa culturale, dal Croce al Gramsci, dallo Sturzo al Basso, dal Giovanni XXIII all'istituto per la storia del movimento di Liberazione. Ancora si ignorano i criteri con cui il ministro Bondi intende salvare o seppellire definitivamente gli istituti, ma secondo una voce circolata sempre più insistentemente nell'associazione che li rappresenta, il criterio potrebbe essere quello di dimezzare fondi del cinquanta per cento per ciascun ente. Un taglio indiscriminato, che provocherebbe molti sommersi e nessun salvato. "Un'ipotesi nefasta", commenta Lucia Zannino della Fondazione Basso, segretaria generale dell'Associazione degli Istituti Culturali Italiani. "Se dovesse passare questa soluzione, le conseguenze sarebbero molto gravi. Il ridimensionamento rischia di portare molti istituti alla chiusura, con la perdita di un prezioso bagaglio di esperienza accumulato nel tempo".
Piuttosto nutrito appare il cahier de doleances preparato per il ministro. "Non saremmo più in condizione di partecipare ai programmi e alle reti internazionali", dice Zannino. "Per i molti istituti che vantano uno straordinario patrimonio archivistico e bibliografico, è inevitabile la limitazione degli orari di apertura al pubblico. Senza contare la riduzione dell'attività di catalogazione e inventario, oltre che dell'acquisizione di nuovi libri, con conseguente peggioramento del servizio".
Il dimezzamento del 50 per cento, a fronte del taglio del dieci per cento a tutti gli altri comparti, appare "ingiustificatamente punitivo". "Colpisce inoltre la genericità di un taglio che opera senza distinzioni, mentre si enfatizza l'importanza della valutazione e del merito", si legge in un documento firmato dalla comunità degli storici italiani. Quel che propongono gli studiosi per il futuro - nell'esile speranza che gli istituti sopravvivano - è "una distribuzione di risorse sulla base della vitalità dei progetti realizzati, che dovrebbero essere valutati a priori e a posteriori da persone competenti".
Un criterio sui tagli, con l'auspicio che siano fortemente ridotti, è suggerito da Girolamo Arnaldi, insigne medievalista con una lunga esperienza nei beni librari. "Bisognerebbe distinguere le fondazioni che non hanno bisogno dello Stato per sopravvivere, come le pur benemerite Fondazioni Cini o Mondadori, e gli istituti che beneficiano soltanto dei fondi pubblici, come l'Istituto Italiano per la storia antica, l'Istituto per la storia del Risorgimento, l'Istituto storico per il Medioevo e l'Istituto storico per l'Età Moderna e Contemporanea: per questi enti il dimezzamento dei finanziamenti significherebbe la chiusura". Allo spirito della legge che fissa i finanziamenti, premiando i centri dotati di un patrimonio archivistico e bibliografico, si richiama l'associazione guidata dalla Zannino: "Il ministero potrebbe realizzare anche un monitoraggio delle attività, per valutare chi lavora e chi no: sarebbe l'unico criterio per una scelta rigorosa".
Pubblicazione: 24-06-2010, Corriere della sera (scarica in formato jpg)
Sezione: Cultura & Tempo libero
Cultura
& Tempo libero
Imagine Cosa rappresenta l'Isime per il paese Celebriamo i 150 anni dell'Unità |
Medioevo «utile» |
La biblioteca
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di CARLO ARTURO QUINTAVALLE Celebriamo i 150 anni dell'Unità d'Italia, con la chiusura di Istituti fondati subito dopo l'Unità con il preciso mandato di unificare culturalmente l'Italia e con l'annullamento delle - eccellenze italiane riconosciute nel mondo -?. Così chiude il suo angosciato comunicato stampa Massimo Miglio, presidente dell'«Istituto Storico Italiano per il Medioevo» (ISIME). Ma perché questo allarme? E che cosa è stato e che cosa è oggi l'Istituto? L'allarme nasce dalla progettata abolizione di un paio di centinaia di Enti supposti inutili, poi trasformata, grazie all'intervento del Ministro Bondi, in una riduzione dei finanziamenti totali del 50 per cento. Fra questi Enti c'è pure l'ISIME. Non sono certo in grado di giudicare quali Istituti o Enti siano inutili, oggi, e se utili siano stati in passato o possano esserlo in avvenire, ma sono in grado di porre il problema dell'Istituto Storico Italiano per il Medioevo del quale sono internazionalmente note, da oltre un secolo, le attività. Miglio ricorda il nesso fra la creazione dell'Istituto e la storia dell'Italia unita. Per capire basta infatti |
pensare alla edizione delle «Fonti per la storia d'Italia» che sono state la struttura portante degli studi storici degli ultimi cento e passa anni. Ecco quindi gli Annali, la Cronache delle diverse città, gli Statuti, gli Epistolari, le vicende di Genova e Venezia, Milano e Roma, e ancora le storie degli imperatori e dei principi dell'Italia medievale, per non parlare dei testi del tempo dei longobardi e dei -placiti-, cioè le leggi, del «Regnum Italiae». Dunque si tratta di quasi duecento imponenti volumi che ancora oggi proseguono. Ma per comprendere che cosa è l'Istituto forse conviene ricordare il «Bullettino» dove scrivono i maggiori specialisti e centinaia di giovani: i grandi volumi cominciano nel 1886 e oggi, 2010, siamo al volume 112. Nasce da qui, da queste decine di migliaia di pagine, la storia del nostro paese e su questi studi si fondano da generazioni, le ricerche sul medioevo in Italia e fuori. Certo, oggi lo Stato dà all'Istituto 190.000 euro, dei quali 170.000 servono per pagare il personale, sei tecnici in tutto, il resto, 20.000 euro, basta appena per segreteria e telefono, e neppure per la stampa del Bollettino. Ecco, se lo Stato dovesse dimezzare, o anche solo ridurre, questa minima cifra di 190.000 euro all'anno si dovrebbero certo lasceranno a casa una parte dei tecnici, personale preparato e insostituibile. La conseguenza sarebbe la fine di una gran parte delle edizioni, dei rapporti con gli studiosi, della frequentazione degli studenti. Chi potrebbe mai curare la redazione delle opere, migliaia di pagine edite ogni anno? Inoltre si bloccherà la "Scuola storica nazionale" e ancora la "Scuola per la edizione delle fonti", fondamentali per la formazione degli studiosi delle università italiane e straniere. |
Certo, l'Istituto riesce a mettere insieme altri 300.000 euro ogni anno per edizioni critiche di testi, come la "Collana Bonifaciana" (Papa Bonifacio VIII) ricca di contributi interdisciplinari, e per decine di altre iniziative come la "Edizione delle Fonti per la Storia della Chiesa in Friuli", la "Edizione Nazionale delle opere di Flavio Biondo", i 13 volumi del prezioso "Repertorio per le Fonti del Medioevo" creato in collaborazione con decine di strutture internazionali. Ebbene, togliere finanziamenti a questa struttura fondante della storia del nostro paese sembra davvero assurdo. Credo che questa possibile, dico possibile, censura della nostra storia medievale risponda a una mitologia del fare storia del nostro paese che è derivata dal ventennio fascista, quindi fondata sulla storia romana e poi rinascimentale e ancora ottocentesca, e conclusa con l'era fascista. Il medioevo infatti, per secoli, è stato il grande rimosso della nostra cultura. Ma sono stati gli storici, e quelli operosi per l'ISIME, a rimediare a questo vuoto. L'Istituto è stato creato per ricollegare l'Italia dell'Unità a quella del tempo longobardo, carolingio, ottoniano, alla Italia delle repubbliche marinare e dei comuni. Aboliremo la struttura portante di questo nuovo modo di pensare il nostro passato? I nomi che hanno fondata la storiografia della nostra civiltè medievale sono stati tutti membri dell'Istituto ed hanno pubblicato centinaia di saggi fondamentali per la storia dal tardo antico al XV secolo sul "Bullettino", e ancora importanti volumi nella collana di "Studi storici", una collana di ben 150 volumi. Diminuire i finanziamenti mette a rischio dunque la sopravvivenza della struttura, |
una struttura forse più importante dell'Istituto della Enciclopedia Italiana. Chiudo con un ricordo: in Normale sono stato allievo, fra gli altri, di Arsenio Frugoni e quest'ultimo ci stimolava a leggere le opere di Raoul Manselli di Raffaello Morghen e di Cinzio Violante nei volumi azzurri della collana degli "Studi storici". Sono loro, questi studiosi, i più raffinati interpreti delle fonti, coloro che hanno ridisegnato la storia del nostro paese, poi diventata tessuto dei manuali e fondamento per centinaia di altri volumi e saggi. Credo che sia tempo di dare un aiuto maggiore, anche in tempi duri come questi, a questa struttura della nostra Italia: all'Istituto sono nati i giovani più promettenti della nostra storiografia medievale. E dovranno ancora uscire, da qui, le future generazioni degli studiosi. |
Pubblicazione: 01-06-2010, STAMPA, NAZIONALE, pag.14 (scarica in formato pdf)
Sezione: Economia
Reazioni Istituto per il Medio Evo
''Ci tengono in vita senza mezzi per vivere''
"Cessare di concorrere al finanziamento di un Ente pubblico non economico è illegittimo. Puo' essere soppresso, ma non lo si puo' lasciare in vita privandolo dei mezzi necessari PER le sue attribuzioni". Massimo Miglio, presidente dell'ISTITUTO STORICO ITALIANO PER IL MEDIO EVO, spiega che l'Isime “è un punto di riferimento PER tutta la comunita' scientifica nazionale e internazionale e un vero centro di eccellenza.«Vogliamo celebrare i 150 anni dall'Unita' chiudendo uno degli istituti fondati allora PER unificarla culturalmente?".
Pubblicazione: 05-2004, Medioevo (scarica in formato pdf)
I ragazzi di piazza dell'Orologio
Nell'ultimo mezzo secolo, la Scuola Storica Nazionale voluta da Gentile nell'antica Casa dei Filippini, a Roma, ha formato generazioni di ricercatori che hanno ridisegnato l'immagine del Medioevo italiano
La seconda metà del secolo scorso ha visto affermarsi lentamente ma con decisione una grande rivoluzione storiografica per il Medioevo. Dalle tenebre alla luce, si potrebbe sintetizzare. Oppure dal bianco e nero al colore, dalla staticità al movimento (o anche dalla noia a mille curiosità). Insomma, sotto gli occhi di nuovi storici, quei dieci secoli bui sono diventati teatro di cambiamenti, di svolte e di invenzioni che interessano ancora il presente. Fino a pochissimo tempo fa, però, l'aria di questa rivoluzione contrastava visibilmente con le apparenze materiali della più antica e prestigiosa istituzione italiana specificamente dedicata allo studio del Medioevo. Quando si entrava nell'Istituto Storico Italiano per il Medioevo, a piazza dell'Orologio a Roma, infatti, si era immediatamente avvolti da un'atmosfera grigia, cupa, circondati da tinte smorte e quintali di polvere. Un vero Medioevo vecchio stile. Nel giugno dello scorso anno, invece, l'Istituto è stato riaperto dopo una lunga stagione di restauri interni e per chi lo ha frequentato negli anni precedenti si è trattato di una vera e propria rivoluzione visiva. Pareti schiarite e restituite alle loro sfumature originali, pavimenti in cotto che hanno ripreso tutti i loro toni caldi, scaffali e libri sgombri dalle pesanti patine di polvere. E proprio all'ingresso, in bella vista, dei terminali da cui consultare il catalogo della biblioteca: anche una rivoluzione informatica dunque! UN LABORATORIO DI IDEE Il restauro complessivo è stato particolarmente importante perché l'edificio che ospita l'Istituto, l'antica Casa dei Filippini, è opera di celebri architetti del primo Barocco, tra cui il grande Francesco Borromini. Con un po' di ritardo, dunque, le metafore con cui si può descrivere il Medioevo restituitoci dagli storici della fine del Novecento si sono materializzate visivamente anche nell'istituto romano. Il restauro del 2003 è stato anche un modo quanto mai tangibile per festeggiare |
i centoventi anni di esistenza dell'istituzione. L'Istituto fu fondato nel 1883 con lo scopo principale di pubblicare edizioni di fonti utili alla storia d'Italia: erano anni ancora intrisi di spirito risorgimentale, e infatti a quei tempi si pensava che l'istituzione dovesse soprattutto promuovere anche nella ricerca storica il senso di appartenenza a una patria comune. Poi, nel 1923, si aggiunse un tassello essenziale. Fu fondata la Scuola Storica Nazionale annessa all'Istituto a cui erano ammessi, tramite concorso, professori di scuole medie e superiori o studiosi appartenenti all'amministrazione pubblica. I vincitori erano comandati per alcuni anni presso l'Istituto dove si impegnavano nello studio e nell'edizione di fonti particolarmente rilevanti. E quella Scuola esiste tuttora, anche se su di essa incombono serie minacce di chiusura. Attorno agli anni 1950, grazie al reclutamento della Scuola, le sue aule si trasformarono in un affascinante laboratorio di idee che cambiò la medievistica italiana. ANNALES DI CASA NOSTRA Sotto lo sguardo austero del presidente del tempo, Raffaello Morghen, si formarono un paio di generazioni di medievisti la cui audacia non ha molto da invidiare alle ben più note imprese della scuola francese delle Annales. Anche se il loro atteggiamento era diversissimo da quello dei colleghi francesi: Oltralpe era un punto d'onore dichiararsi in aperta rottura con la tradizione, a Roma anche le novità più dirompenti erano presentate come il proseguimento dell'opera di antichi maestri. In realtà quei giovani medievisti (nomi come Arsenio Frugoni, Paolo Lamma, Cinzio Violante, Giovanni Tabacco, Ovidio Capitani, Girolamo Arnaldi) ripresero temi di studio tradizionali, ma li rivoltarono da capo a fondo. Soprattutto si misero a rileggere le testimonianze lasciate dagli uomini del Medioevo con uno |
spirito critico completamente nuovo. Non si fidarono più della loro venerabile autorità. LE VERITÀ NASCOSTE Cronisti medievali, biografi di santi, trattatisti, oscuri redattori di carte d'archivio, in certo senso, diventarono tutti imputati a cui si dovevano estorcere verità nascoste, strappare segreti dichiarati solo a metà, far rilasciare testimonianze su fatti e problemi che gli eruditi delle generazioni precedenti non avevano neanche sospettato. Ne uscì una serie di studi che ha cambiato l'immagine del Me dioevo italiano. Oggi l'attività dell'Istituto Storico Italiano per il Medioevo continua febbrilmente. Sforna edizioni di fonti di ogni genere, pubblica studi di livello internazionale su argomenti disparati e un Bullettino annuale con saggi di studiosi di ogni provenienza. Parallelamente sta arrivando rapidamente a conclusione un'altra impresa monumentale, iniziata più di venti anni fa: la pubblicazione di un repertorio di tutte le fonti narrative disponibili per lo studio del Medioevo. E non solo italiano. Il Repertorium fontium, iniziato più di venti anni or sono, infatti, coinvolge studiosi italiani e stranieri che concorrono alla compilazione di questo enciclopedico inventario dei testi i cui manoscritti, per le vicissitudini della storia, sono oggi disseminati nelle biblioteche di tutto il mondo. NUOVI CANTIERI Se questa è l'attività ordinaria, nell'Istituto di piazza dell'Orologio si continuano ad aprire nuovi cantieri. Chi ancora oggi, conosce veramente Biondo Flavio? Solo un manipolo di studiosi, soprattutto specialisti del Quattrocento. Eppure si tratta di uno dei più straordinari intellettuali italiani del tardo Medioevo, autore multiforme e curiosissimo: storico, geo grafo, etnologo, interessato tanto al l'età romana quanto all'Italia del suo tempo. Autore prolifico di trattati opuscoli, le sue opere sono
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ancora di difficilissimo accesso perché non sono mai state pubblicate in tempi moderni (se non in casi isolati). L'Istituto ha avviato un grande progetto di edizioni, affidate a storici e filologi che prevede finalmentedi render accessibile l'intera opera di Biondo in edizioni affidabili e facilmente reperibili. Così come, su tutt'altro fronte stanno per essere pubblicati centinaia di preziosi documenti vaticani conservati nell'archivium arcis, ossia il vecchio fondo archivistico di Castel Sant'Angelo, oggi in deposito presso l'Archivio Segreto Vaticano. Ma informazioni su tutte queste iniziative come molte altre, nonché il catalogo delle pubblicazioni, sono facilmente reperubili sul sito dell'Istituto all'indirizzo www.isime.it |
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La sede è prestigiosa e ha ritrovato, dopo i recenti lavori di restauro, la soave luminosità delle architetture borrominiane. Il passato è glorioso e si può anche abbracciare in un solo colpo d'occhio, contemplando le centinaia e centinaia di volumi di fonti, narrative, documentarie, letterarie, ecc. che riflettono, e a loro modo mettono in risalto, l'immenso e incomparabile patrimonio di un Paese che per secoli ha dominato, nel campo della cultura e dell'economia, tutto l'Occidente e talvolta anche molto più dell'Occidente. Questo Paese è l'Italia, il cui governo minaccia ora di mandare in malora l'impresa affidata più di cent'anni fa all'Istituto Storico Italiano per il Medioevo (Isime) e vivacizzata a partire dal 1926 grazie alla creazione, per decisione di Gentile, della Scuola Nazionale di Studi Medievali. Oddio, non ho l'ingenuità di pensare che ci sia stata, da parte di questo governo, l'intenzione di prendere di mira la pubblicazione delle fonti storiche relative al Medioevo. È più che probabile che il ministro Moratti, o chi per lei, si sia limitato, senza badare troppo al sottile, a chiedere l'applicazione di un comma di legge (per la precisione il comma 10 dell'articolo 26 della legge 448 del 1998) che impone agli enti, che hanno bisogno, e fanno quindi richiesta, di funzionari "comandati" di accollarsene l'onere finanziario. Sta di fatto però che nel caso che ci interessa,
questa decisione vale come attestato di morte per la Scuola Nazionale di Studi Medievali i cui membri sono oggi, all'interno dell'Isime, i principali artefici della pubblicazione delle fonti. |

